La Signora Palermo

La Signora Palermo

Questa è la storia di una signora del Parco reale della Favorita. Ma non è solo questo.

Chissà se la Signora Palermo ricorda le sue mani come erano quando disegnava il sole su un foglio bianco, con un pastello. Chissà se la Signora Palermo ricorda i giorni in cui le sue mani erano bambine e si comportavano come tali. A tutti capita di riprendere sgorbi ammuffiti, disegnini delle elementari, tratti spessi di penna rossa che avevano vandalizzato un libro dell’infanzia. E uno viaggia a ritroso, se ha immaginazione. Con le sue mani di allora, con i suoi pensieri di allora. Come se nei tratti di penna rossa che hanno oscurato per sempre il volto di Biancaneve nel libro delle favole fossero conservati rintocchi della dita bambine. E magari – il magari di certi sogni irrealizzabili – se guardi intensamente, il rosso diventa un imbuto, una strada. E tu, a forza di guardare, diventi bambino. Magari, magari potrebbe accadere se sapessimo sognare i sogni impossibili. Noi sogniamo il Superenalotto, la pensione, il lavoro. La fame ha abbassato il livello del cuore, gradino per gradino. I sogni impossibili non si realizzano più, semplicemente perché non li sogniamo più.

Vorrei fermarmi e regalare qualcosa per Natale alla Signora Palermo, quando passo in macchina e la colgo assonnata alla fermata dell’autobus. Ripasso in macchina, per tornare a casa, e la trovo in un cespuglio della Favorita, in attesa di clienti, circondata da cani randagi. La Signora Palermo esiste. Non è una visione. Non è un pretesto letterario. Esiste. E di mestiere fa la puttana. Se un maschio transita (vocabolo adatto ai verbali e ai puttanieri) da quel cespuglio della Favorita, distrattamente annota una presenza. Poi si stupisce e si domanda: come fa questa qua a fare la puttana? E’ vecchia, è grassa. Anzi, è tecnicamente sfatta. Alla curva ventura ci sono le nigeriane che sculettano e fingono la felicità dell’imminente scopata. Fingono di essere lì per divertirsi. Ballano sulle note di una musica che non c’è. Sorridono. Coprono la pelle nera con un sudario di cipria bianca, pur di accodarsi al canone occidentale della bellezza.
Sbagliano. Il maschio contemporaneo in cerca di schiave preferisce che siano scure, per ricevere un dato cromatico rassicurante circa la propria superiorità di ariano, decadente e panormitano. Per cui si sorprende nel rintracciare, attorniata da cani che la accarezzano con dolcezza, la Signora Palermo, rotta come una stufa abbandonata.

Se sei una creatura umana. Se da bambino coloravi il libro delle favole, pur di lasciare uno sbaffo di pennarello ai margini. Se hai letto l’Iliade e stavi con Ettore e i troiani, non sopportando Achille, Agamennone e la truppaglia di achei gradassi. Se ti sei fermato per incanto e incapacità di andare oltre al cospetto di quell’unico verso di Francois Villon (“Dove le nevi dell’altro anno?”). Se pensi che domani è un altro giorno, purché cominci a esserlo oggi. Se dunque sei una creatura umana, sentirai nella forma ansante della Signora Palermo un’impronta di umanissima vita.

E ti chiederai perché sia lì e non a casa sua. Quali sventure hanno condotto una donna pesante d’età nel cespuglio della Favorita? Chi potrà mai ricevere come clienti? Chi sono i suoi amici, a parte i cani che l’annusano, scodinzolano, i randagi che sono appunto i suoi unici amici? E perché prende l’autobus in centro per venire qui? Perché non ha persone con cui scambiare i regali di Natale? Quali miserie l’hanno spinta a naufragare sulla più lontana deriva del mondo?

La crisi, dicono. Teste di pipa, avrebbe risposto una professoressa di matematica che replicava così agli errori da matita blu dei suoi alunni. La crisi. Che fantastico alibi. Abbiamo preso la nostra antica crudeltà marchiata a baionette e fucili e le abbiamo appiccicato un nome nuovo col segno del soldo. Perciò siamo tutti disperati e contenti, perché ci sentiamo assolti anche se siamo, indubbiamente, coinvolti.

La crisi non c’è. C’è, come spiega benissimo Marco (una luce che illumina i cammini degli altri e perciò la mettiamo qua, il tempo giusto di entrare ed uscire, per illuminare la pagina) la solita incapacità di riconoscerci. Se la Signora Palermo è puttana, puttana sarà in eterno. Sopravviverà negli anni che le restano. Puttana, senza scampo, morirà. Altrimenti e altrove si potrebbero cercare i disegni che faceva da bambina, con le sue mani bambine. E chiedersi se vorrebbe tornare indietro. Se qualcuno, scrutandole il viso, la riconoscerebbe mai per ciò che è: una donna, una storia, un essere umano. Una bambina che sognava di trasformarsi in Biancaneve. Chissà.

L’ho chiamata Signora Palermo per il terribile che brucia in lei.

Forse era bella, mentre è bruttissima. Forse amava gli uomini, mentre deve accontentarsi dei cani. Non ha più il coraggio di traguardi vicini o distanti. Il suo orizzonte è un cespuglio di rifiuti nel Parco Reale della Favorita. Nella puzza dei sogni decomposti. Lì dove siamo finiti tutti, senza sapere perché.

Ecco. Il mio umile regalo di Natale è un nome nel nulla.


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