Quell'asse con la moglie del boss| Bronte e il rispetto a Porta Nuova

Quell’asse con la moglie del boss| Bronte e il rispetto a Porta Nuova

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Un frame delle video intercettazioni in cui Paolo Catalano e Alessandro Bronte arrivano a un summit a Ballarò
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L'uomo della droga arrestato nel 2015 per mafia destinatario di un sequestro di beni da 400mila euro

PALERMO - MAFIA
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3 min di lettura

PALERMO – Giovane, ma rispettato. Un rispetto che Alessandro Bronte, raggiunto oggi da un provvedimento di sequestro di beni da 400mila euro, si era conquistato sul campo, affiancando per ultimo Teresa Marino, la moglie del capomafia di Porta Nuova Tommaso Lo Presti. L’ultima ordinanza di custodia cautelare gli venne notificata in carcere, lo scorso febbraio, dopo che nel 2015 era stato arrestato dai carabinieri per mafia.

Bronte sarebbe stato uno degli organizzatori dei traffici di droga con la Campania. La cocaina veniva comprata a Napoli, tagliata in un garage e immessa innanzitutto nel mercato di Ballarò. Nel 2014 fu registrata una conversazione in macchina in cui Bronte parlava di 250 mila euro e poi di 950 mila. C’era un grosso giro di soldi in ballo perché la mafia è tornata con prepotenza a lavorare con gli stupefacenti. La base operativa del clan di Porta Nuova è stato per un periodo il magazzino della Worldfish, in via Cappuccinelle, impresa che vende pesce all’ingrosso gestita da Paolo Calcagno, considerato l’ultimo reggente del mandamento. Il 27 maggio 2014 Alessandro Bronte, assieme al suo braccio destro Pietro Catalano incontrava Pietro Calcagno e Domenico Tantillo, presunto reggente della famiglia di Borgo Vecchio e tirato in ballo dal fratello Giuseppe divenuto collaboratore di giustizia.

Bronte aveva un problema con gli spacciatori di Ballarò: “… se quelli non mi portano il conto a Ballarò non gliela do… lui questa settimana mi doveva dare i soldi e non ho raccolto neanche un centesimo…”. È un’intercettazione decisiva, una delle prime in cui emergerebbe lo spessore criminale di Mimmo Tantillo che fino ad allora gli investigatori non erano riusciti a collocare nelle gerarchie di Cosa nostra. Non solo, Mimmo Tantillo ammetteva inconsapevolmente le proprie responsabilità: “… cinque chili a mille e sei fanno ottomila euro… mi sono bloccato pure io… mezzo chilo da un’altra parte mi devi andare a prendere…”. Bronte: “… non ce l’ho perché… l’ho messa dentro io… e ne ho prese due… è bellissima, se la vuoi…”.

Gli investigatori hanno svelato che Bronte, nonostante il suo peso era rimasto vittima di un pestaggio. Soffiavano venti di guerra su Ballarò. La sua gestione, in coabitazione con Salvatore Mulè, aveva creato inimicizie. E così Mulè rischiò di essere ammazzato, mentre il secondo fu pestato a sangue, nonostante dietro la loro scalata ci fosse la regia, dicono gli investigatori, di Tommaso Lo Presti.

La sera del 16 ottobre 2014, quindici minuti dopo le venti, giunse una telefonata al 113. La chiamata partiva da una cabina di via Armando Diaz, nel rione Brancaccio. “… domani mattina devono ammazzare Salvo Mulè del Ballarò…”, diceva una voce maschile. Mulè è uno dei 38 fermati del blitz Panta Rei, viene considerato il capo della famiglia di Palermo centro. I carabinieri lo convocarono e lo misero in guardia. Pericolo scampato. Mulè non si accontentò. Qualche giorno dopo i carabinieri lo seguirono mentre incontrava il reggente del mandamento, Paolo Calcagno, in un pub.

Era stato Bronte a riferire alla Marino delle botte subite. Le disse che aveva chiesto a Calcagno di appagare la sua sete di vendetta nei confronti di Alfredo Geraci e Giovanni Rao che riteneva responsabili del pestaggio: “… gli ho detto, tu vuoi che io devo lavorare per guadagnare soldi? dice, gli ho detto… e mi fa dice ‘si’… gli ho detto, va bene allora tu mi devi portare a Giovanni e Alfredo, dice ‘no’ dice… gli ho detto.. mi hai detto no per portarmi due drogati figuriamoci per le cose più grosse… gli ho detto, quando tu mi porti a loro qua noi altri possiamo fare l’affare”.

Calcagno, dunque, si era rifiutato di punire gli autori del pestaggio. E la faccenda provocò la reazione della Marino: “… digli così, se la sono presa con i grandi …”. Calcagno non aveva offeso solo Bronte, ma pure Tommaso Lo Presti.

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