Dal suo centrodestra ai migranti | Miccichè, ovvero l'anti-Salvini

Dal suo centrodestra ai migranti | Miccichè, ovvero l’anti-Salvini

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Siamo davanti a un nuovo trasversalismo contro M5s e Lega? Il sospetto, in effetti, viene

E se fosse Miccichè l’anti-Salvini che non era messo in conto, una delle potenziali maschere di quel ruolo? Con le dovute proporzioni, si capisce: non uno che riesca a insidiare l’onnipotente Matteo col vento sempre più in poppa. Piuttosto, un dissidente trasversale del leghismo, una testimonianza di rottura simbolica, assimilabile alla sinistra classica, dal campo teorico del centrodestra. Appunto, l’opposizione che non c’era, mentre il Partito Democratico si gioca allegramente a carte leader e futuro, litigando sull’orlo di un abisso.

Certo, si parla di campionati diversi, la sfida nazionale, con vista sull’Europa e l’interregionale. Matteo S. chiacchiera da padrone della coalizione di governo gialla e verde. Accarezza ipotesi di ribalte continentali, si arrabbia, perde la pazienza, con le sue manone eclissa il sospetto di ogni gelida e furtiva manina e ha consegnato il vero premier pro tempore, il simpatico avvocato Giuseppe Conte, all’ingrata sala d’aspetto che accoglie chi non si lascia ricordare.

Gianfranco M. si industria, invece, come può, tra la presidenza dell’Ars e qualche comparsata istituzionale. Lontani sono i tempi del suo fulgore, quando era il giovanissimo alfiere di un Silvio Berlusconi ancora non così invecchiato, mentre la Sicilia gli arrideva, col sole in fronte, granaio di voti forzista, promessa di un luminosissimo futuro. Come è andata a finire? Si è visto. Pazienza, questo passa il convento.

In ogni caso, Miccichè esercita una libertà di linguaggio dissonante, pure rispetto ai berlusconiani di rito ortodosso che non vedono di buon occhio Matteo, il padano. Un vero e proprio pungolo irriducibile. Né il suddetto manca di offrire azioni e dichiarazioni che lo rendono orecchiabile da un compagno delle sezioni vecchio stampo, quelle con la foto di Che Guevara al muro. Infatti, qualcuno – motteggiando – l’ha subito ribattezzato: eccolo, MicciChe.

Gli esempi non mancano, come sul dirsi. C’è chi lascia correre la mano (la manina) a un’ipotetica fondina quando sente la parola ‘migrante’? E lui, il presidente, riceve meritoriamente all’Ars il ragazzo senegalese aggredito a Partinico, col sogno di diventare, un giorno, cuoco. Scoppia un putiferio mediatico e social su una innocente festa dell’accoglienza alla scuola ‘Antonio Ugo’ di Palermo? E lui si precipita a dare solidarietà al presidente, al fianco di Antonello Cracolici, uno che è cresciuto a pane e bandiere rosse.

Un anti-anti, contrario allo spirito dell’era, quasi da farci un ritratto equestre, in quelle polverose sezioni per sostituire il Che con Micci Che, sempre spuntando da destra e guarda un po’ come sono ridotti a sinistra. E come dimenticare quando, all’inquilino del Viminale, Gianfranco andò addosso di brutto con un giudizio laconico che era un insulto? Sicché, al furbo di tre cotte Matteo, non parve vero di potere offrire una replica quasi francescana: “Io spesso sbaglio  e ho bisogno di essere corretto, ma il presidente del Consiglio regionale siciliano è normale che trovi il tempo per dare dello stronzo al ministro dell’Interno? Con tutti i problemi che hanno in Sicilia…”.

E come si scorda la dolente epopea della Nave Diciotti, carica di migranti e bloccata al porto di Catania. Tanto che una delle penne siciliane più eleganti in circolazione, il giornalista Mario Barresi, scrisse stupefatto su Facebook: “Dopo tanti anni di lavoro pensavo di essermi abituato a tutto. Ma l’assemblea spontanea al chioschetto del porto di Catania, con Miccichè che relaziona a Cgil e movimenti di sinistra sulle condizioni dei migranti a bordo della Diciotti, sinceramente mi mancava. Ps: la signora con la camicia a pallini e le mani giunte che si vede in foto davanti a lui è Laura Boldrini”. Seguì foto per immortalare l’evento storico.

Quanti indizi compongono una prova? Gianfranco Miccichè si sta trasformando in MicciChe, bandierina di un’opposizione alla tonalità gialla e verde che strizza l’occhio a sinistra, da destra o viceversa? Forse siamo già piombati nell’incipit di quel nuovo e indistinto trasversalismo di cui si narra che dovrebbe, nei sogni di chi lo vagheggia, buttare giù la muraglia governativa con caparbia tenacia – senza spingere, per carità – diciamo in una decina d’anni. Forse Gianfranco M. è il prototipo di quello scenario in lunga, ma inesorabile, marcia, come insegnava il compagno Mao Tze Tung, considerati i primi scricchiolii dei regnanti appena insediati. O forse si tratta soltanto di una pennellata di folclore in più da aggiungere al resto. Niente che cambi nulla. Insomma, Niente di Che.


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