CATANIA – Vincenzo Santapaola, 58enne, figlio di Salvatore, avrebbe avuto il ruolo di cerniera nell’organizzazione dell’omicidio dell’infiltrato Luigi Ilardo, ammazzato in via Quintino Sella il 10 maggio 1996. Un profilo accusatorio che ha convinto anche la Cassazione che ha confermato la decisione del Riesame dichiarando inamissibile invece il ricorso dei legali del boss di cosa nostra, detenuto a Novara il regime di 41 bis, gli avvocati Stella Rao e Francesco Strano Tagliareni. Il Tribunale della Libertà aveva infatti accolto l’istanza presentata dalla Procura contro la decisione del Gip che aveva rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti dell’indagato, quale mandante del delitto del confindente del colonnello dei Ros Michele Riccio, nome in codice Oriente. Il Gip infatti aveva emesso il provvedimento solo nei confronti di Benedetto Cocimano, Maurizio Zuccaro e Giuseppe “Piddu” Madonia.
Il lavoro della Dda diretta da Giovanni Salvi, e la cui inchiesta è affidata ad Agata Santonocito e Pasquale Pacifico, è fondata su due piattaforme investigative. La prima e la più importante è quella della Squadra Mobile di Catania, diretta da Antonio Salvago, che ha svolto una serie di accertamenti volti ai riscontri delle dichiarazione di molti collaboratori di giustizia a partire da Eugenio Sturiale, presunto testimone oculare, e ultimo in ordine di tempo, quelle di Santo La Causa che ha confessato di aver partecipato alla fase organizzativa del delitto. Poi senza ragione il reggente dei Santapaola non partecipò all’esecuzione materiale. Il commando armato sarebbe stato composto da Benedetto Cocimano, arrestato, Maurizio Signorino e Pietro Giuffrida, tutti e due deceduti.
Eugenio Sturiale avrebbe assistito casualmente alle fasi preparatorie e allo stesso omicidio di Luigi Ilardo, suo vicino di casa all’epoca. Il collaboratore ha illustrato con descrizione fotografica quanto successe quella sera del 1996: ricostruzione confermata da La Causa. Altri pentiti offrono elementi di forza all’ordinanza: Natale Cavallaro, Giacomo Cosenza, i nisseni Calogero Pulci, Ciro Vara e Carmelo Barbieri e poi i palermitani Giovanni Brusca e Antonino Giuffrè.
La ricostruzione degli investigatori. Il progetto di uccidere Luigi Ilardo sarebbe partito dai vertici di cosa nostra. Forse si era appresa la notizia che il cugino di Piddu Madonia era diventato confidente, o per dirla in gergo, era diventato uno sbirro da eliminare. Giuseppe Madonia, al di là dei legami di sangue, avrebbe quindi ingaggiato la famiglia Santapaola e si sarebbe pianificato il delitto. C’è anche un depistaggio del movente: Luigi Ilardo doveva essere ucciso perchè era coinvolto nell’omicidio dell’avvocato Famà e si era appropriato delle estorsioni alle acciaierie Megara. Ma la verità si saprà dopo: i telegiornali daranno la notizia che Gino Ilardo, confindente, era stato freddato sotto la sua casa. Un delitto di mafia, irrisolto per quasi 20 anni.
Luigi Ilardo fu ucciso all’improvviso e con una coincidenza fin troppo evidente per essere solo casuale: pochi giorni dopo che aveva manifestato a Roma la sua intenzione a diventare collaboratore di giustizia. A quell’incontro dei primi di maggio erano presenti i pm Giovanni Tinebra, Giancarlo Caselli e Teresa Principato. Brusca parla di uno spiffero che ha portato ad “accelerare” bruscamente l’esecuzione, non si poteva neanche aspettare il consenso di Binnu Provenzano. E così la condanna di Oriente fu decisa. Per la procura di Catania ci sarebbero dei mandanti occulti, tanto che è stato aperto un fascicolo contro ignoti affidato a Pacifico e Liguori per indagare in quella zona grigia tra crimine e istituzioni.
Il prossimo 26 marzo ci sarà davanti al Gup Di Giacomo l’udienza preliminare per decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla procura per gli indagati, tutti accusati di omicidio anche se con ruoli diversi. A prentarsi davanti ai giudici saranno 3 boss di enorme spessore tanto da essere detenuti al 41 bis, Giuseppe Madonia, reggente di Caltanissetta, Vincenzo Santapaola e Maurizio Zuccaro (da pochi mesi in regime di carcere duro) e poi Benedetto Cocimano e il collaboratore di giustizia Santo La Causa.

