Aldo, lo sterminio e la memoria: | "Assurdo che si muoia in mare" - Live Sicilia

Aldo, lo sterminio e la memoria: | “Assurdo che si muoia in mare”

Aldo Mausner, un'infanzia in fuga dagli orrori dell'Olocausto

La testimonianza nel giorno della memoria, tra presente e passato. Parla il violinista Mausner.

LA TESTIMONIANZA
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PALERMO – Il maestro Aldo Mausner, 84 anni, violinista palermitano di origini ebraiche, si rimbocca le maniche e gira le scuole per raccontare le esperienze della propria infanzia, quando la vita lo mise faccia a faccia con le deportazioni e i rastrellamenti, con la paura e la discriminazione. La sua è una testimonianza essenziale, oggi che si celebra il giorno della memoria.

A sei anni, il piccolo Aldo vede il papà Federico “preso dai carabinieri come un delinquente, portato all’Ucciardone e poi in provincia di Salerno, in un campo di concentramento”. Le vie sono due: o il campo o l’internamento, confinati in località lontane e senza contatti esterni. “Per fortuna mia madre aveva delle amicizie – racconta Aldo Mausner – e andammo dalla duchessa d’Arenella a Villa Niscemi. All’epoca io a scuola dovevo indossare la divisa da figlio della lupa, secondo la gerarchia. Mia madre mostrò una mia foto con quella divisa alla contessa, come a dire: ‘persino il bambino è già assoggettato al regime, perché arrestano mio marito?’. La duchessa fu molto gentile, scrisse alla regina Elena e l’internamento andò in porto”.

I Mausner vanno via da Palermo per stabilirsi a Santa Vittoria in Matenano, nelle Marche, dove fino al 1943 riescono a vivere in tranquillità. Papà Federico ha l’obbligo di firma. Vigono misure come il coprifuoco e la tessera per comprare i viveri, “ma venivamo rispettati”, dice Mausner . “I guai cominciarono dopo la Repubblica di Salò, nel ‘43, quando fascisti e nazisti fecero fronte comune contro zingari, omosessuali, ebrei, reduci. Si passava dai campi di concentramento a quelli di sterminio. Anche a Santa Vittoria vennero i carabinieri, presero mio padre, lo trascinarono per le scale e lo portarono al vicino campo di Servigliano. Entrambi i miei genitori erano nati in Polonia e si erano rifugiati a Vienna; poi mio padre fresco di studi venne assunto in una ditta che importava agrumi dalla Sicilia, e venne a lavorare proprio qui. Io sono siciliano e cattolico. Mio padre era anche convertito, fui battezzato nella Cattedrale di Palermo… Ma quel criminale di Hitler andava fino alla settima generazione, non gliene fregava nulla”.

Dopo pochi giorni, una notte, i Mausner vengono svegliati da un contadino su un carro. “Scendemmo subito, io, mia madre e mia nonna venuta dall’Austria che non poteva più uscire dall’Italia. Quel signore ci disse che mio padre era scappato. Il solito appello chiamato al campo l’indomani avrebbe fatto scattare l’allarme e i soldati sarebbero subito venuti da noi, quindi fuggimmo in una casa isolata”. Di lì a poco, il piccolo Aldo scoprirà che la famiglia Mausner ha il destino dalla propria: poco prima, a Servigliano, il padre aveva trovato tre ex prigionieri intenti a rientrare nel campo per cercare un medaglione di valore. Con loro aveva realizzato una catena umana per uscire dalle mura, poi li aveva salutati e si era rifugiato in un convento. “Trovò un uomo di chiesa che lo protesse – spiega Mausner – e che si prese la briga di farci salvare da quel contadino col carro”.

I Mausner riescono a riunirsi, ma la vera salvezza è lontana e la situazione peggiora di nuovo: “Dopo un paio di mesi iniziarono coi rastrellamenti – dice Mausner – e i contadini compiacenti venivano colpiti da pesanti punizioni tra incendi e proprietà distrutte”. Chi ospita i rifugiati non è più contento di averli in casa. “Io e mia mamma andammo in avanscoperta, mio padre e mia nonna in casa, in attesa. Nessuno ci accettava, finché non trovammo una contrada del comune di Montefalcone in cui vivevano dei partigiani ben disposti. Un certo Antonio Papiri, ci volle aiutare perché suo figlio andato in guerra non tornava da tempo, e lui aiutava qualcuno credendo che qualcun altro stesse aiutando il figlio. La casa era diroccata e disabitata, ma per noi era già un castello”.

Il ‘castello’ dura poco. Dopo poco, pure i nuovi benefattori chiedono ai Mausner di andare via: fascisti e tedeschi sono sempre più vicini. “Passammo da una casa a un capanno degli attrezzi nel bosco, con spazio per soli quattro sacchi di paglia, niente corrente, un tetto pieno di buchi. Da allora per circa un anno ho fatto da capofamiglia: ero un bambino, passavo inosservato ed ero l’unico a poter fare la spola con un fagottino per cercare qualcuno che ci regalasse pane, formaggio, pollo, uova. Nel frattempo lavoravo in campagna e nelle fattorie. Fu un anno di sopravvivenza”.

“In quel periodo avevo tanti stati d’animo contrastanti, perché nonostante tutto le cose positive cerano”. Nelle scuole dove viene invitato in questi giorni di ricordo, Mausner non racconta soltanto le sofferenze e i drammi umani. “La natura e il legame tra le persone, oggi i bambini di città non li vivono più così. Io mi sentivo un po’, non so, un Robin Hood. Ma c’era questo pericolo che incombeva su di noi, in un’attesa continua”.

E un giorno l’attesa finisce: una jeep si ferma nei dintorni, ma a bordo non ci sono tedeschi. La liberazione della zona è realtà, Aldo Mausner è lì a viverla. “Ecco cosa significa essere liberi – dice con la voce leggermente spezzata e un riflesso lucido negli occhi -. Dopo la persecuzione e l’angoscia, un’esplosione di gioia, spari in aria, canti e vino, che se uno non la vive non può capire. Poter tornare padrone della propria dignità e la propria vita, pronunciare il proprio nome a voce alta, poter fare un corteo come quello che abbiamo fatto poco dopo la bella notizia, senza paura di essere inseguiti o sterminati. Molti ragazzi non hanno la minima idea di che bene prezioso sia la libertà di nascere e vivere in un paese libero, e di che uso fare di questa libertà”.

Passano gli anni e cambiano i contesti storici, ma il clima generale fa suonare un campanello d’allarme nella memoria di chi ha vissuto il peggio. “Non si arriverà a quello, penso, ma si deve placare subito qualsiasi focolaio”, è la posizione di Mausner. “È assurdo che in migliaia debbano morire in mare, per esempio. Si dice ‘mai più’, ‘mai più’… Ma intanto oggi la tragedia continua. In altri Paesi, quanti vengono giustiziati solo perché cantano o manifestano opinioni? Come si può vivere così? Bisogna essere uniti, che importa il colore della pelle di fronte alla dignità, all’amore e alla comprensione?”.

Oggi in Italia che aria si respira? Secondo Mausner “Sì, le escandescenze ci sono, ma la stragrande maggioranza ancora vuole pace e rispetto. Io sono musicista e non mi sono mai interessato molto di politica, forse sbagliando, ma sento brutte notizie che mi fanno male”.

Mausner ha le idee chiare: “Mi auguro che chi è al governo venga illuminato – dice -. Chiunque dovessi incontrare di chi fa politica, cercherei attraverso la mia storia di comunicargli il desiderio e la necessità di vivere in un mondo di rispetto, solidarietà e amore. Questo è anche il motivo per cui ancora giro le scuole, anche se alla fine della giornata ho poche energie: io sento il dovere di mantenere vive queste esperienze e di far capire che vuol dire essere liberi, e come ci si è arrivati. Io auspico – conclude – che sia il buon senso a prevalere, e l’umanità, che si sta perdendo per i soldi e per fattori materiali che fanno morire la gente in mare. Alcune persone al mondo sono egoiste ed egocentriche, forse non sanno quello che è costata la libertà”.


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