Un abbraccio immenso, grande quanto il cielo di Palermo, alla famiglia di Alessia, dolcissima bambina uccisa da un male a otto anni. Un abbraccio a chi soffre una pena simile, sotto lo stesso cielo. Ai bambini e ai genitori, ovunque siano.
In queste ore, sui social, abbiamo letto diversi commenti. Qualcuno ha esposto un punto di vista, a vario titolo, con sensibilità. Qualcuno ha indossato il mantello del giudizio. Ricordiamo un principio: è impossibile indossare le scarpe di chicchessia, figuriamoci in una perdita talmente atroce. Solo chi ci passa, davvero, sa.
Mettiamo da parte le sentenze. Ascoltiamo, ragioniamo, parliamo, esprimiamo i pensieri con delicatezza. Facendo in modo che siano utili. Non dimenticando mai la necessaria vicinanza, il valore più importante.
E mettiamo da parte i selfie, nel senso generico della vanità social assai diffusa. Piangere Alessia è naturale. Ma l’esibizione soltanto per dire ‘io c’ero’, l’irruzione allo scopo di rendersi visibili, non va bene. Il dolore è una mutilazione da cui si può trarre un’opportunità di crescita. Va maneggiato consapevolmente.
Partecipiamo al lutto di una famiglia tragicamente colpita, accompagniamolo come le ragazze e i ragazzi della Curva rosanero. Con affetto, unito a rispetto, evitando la curiosità morbosa.
Stiamo raccontando una storia tremenda. Come in altri frangenti, avremmo voluto scansarla. Purtroppo, non scegliamo. Siamo le copie di ciò che avviene. Il lavoro dei cronisti – ricordiamolo – è un presidio da salvaguardare. Certamente, va portato avanti con la già invocata delicatezza, in un frangente straziante.
Alessia – abbiamo scritto – è andata via per restare. Molto presto, tantissimi torneranno alla loro vita: accade così. Chi è dentro la separazione non potrà farlo mai più. Sarà quello il momento per non lasciare soli i genitori, i familiari. Per ricordarsi delle promesse di questi giorni. Per dimostrare la sincerità del nostro abbraccio e renderlo perenne. Noi, dolce bambina, non ti dimenticheremo.
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