Montante concorda la pena: condannato ma niente carcere

Antonello Montante concorda la pena: condannato ma non andrà in carcere

Montante
Stessa cosa per altri due imputati

PALERMO – Si chiama concordato ed è un patteggiamento in appello. Nessuno alla fine sconterà la pena in carcere. Neppure Antonello Montante, condannato a 5 anni e 10 mesi. L’ex leader di Confindustria Sicilia, simbolo dell’antimafia caduto nella polvere, è colpevole di corruzione.

Il concordato prevede uno sconto di pena in caso di rinuncia ad alcuni motivi di ricorso. Il via libera è arrivato dalla seconda sezione della Corte di Appello di Caltanissetta, presieduta da Domenica Motta, con il parere favorevole della procura generale.

il percorso giudiziario di Montante

Condannato dal Tribunale a 14 anni in abbreviato, Montante aveva avuto 8 anni in appello. La Cassazione ha disposto, però, un rinvio ad altra sezione per il ricalcolo della pena, non avendo ritenuto sussistenti le accuse di associazione a delinquere, rivelazione del segreto di ufficio e accesso abusivo al sistema informatico contestati, insieme alla corruzione, negli altri gradi di giudizio.

Il giorno che si costituì

Il verdetto è stato messo in esecuzione dalla Procura generale di Caltanissetta a settembre e l’imprenditore si è presentato nel carcere Bollate di Milano per scontare la pena. In fase di nuovo appello per il ricalcolo imposto dalla Cassazione, che nel frattempo ne aveva disposto la scarcerazione su istanza dell’avvocato Giuseppe Panepinto, l’avvocato Boris Pastorello ha proposto il concordato.

Montante ha già scontato un periodo di carcerazione preventiva durante la fase delle indagini preliminari. La pena che gli resta da scontare è inferiore ai 4 anni, limite fissato per l’eventuale accesso a misure alternative al carcere.

Gli altri imputati

Il concordato riguarda anche Diego Di Simone, ex capo della security di Confindustria, e il sostituto commissario Marco De Angelis, difesi dagli avvocati Marcello Montalbano e Monica Genovese. Erano stati condannati rispettivamente a 5 anni e a 3 anni e 3 mesi, che scendono a 2 anni e 10 mesi e a 2 anni, 8 mesi e 10 giorni. Viene meno anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Era il 2015 quando Montante finì coinvolto in un’inchiesta per mafia che non ebbe sbocchi processuali. Allora era un paladino della legalità, in prima linea nella ribellione contro il pizzo, esempio di rettitudine contro la connivenze di chi sta nella zona grigia e strizza l’occhio ai mafiosi per ingrossare il portafoglio con gli affari sporchi. Un’impostura, secondo laccusa.

Fu ricostruita la sua attività di dossieraggio per colpire gli avversari, organizzando una rete di spionaggio per condizionare la vita politica e amministrativa siciliana. Infedeli in divisa acquisivano informazioni nelle banche dati e le consegnavano all’amico Montante.

La Cassazione, però, stabilì che il sistema, inteso come una banda di spioni e corrotti al servizio di Montante, non c’è stato. Ci furono dei singoli episodi di corruzione e di accesso abusivo al sistema informatico.


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