PALERMO – Una sera come tante. C’è un uomo seduto ai tavolini di uno dei locali alla moda di via Giuseppe Mazzini. Drink e chiacchiere con gli amici. Squilla il cellulare. Risponde, si alza e si sposta in via Gaetano Daita. Arriva un uomo in scooter, lo saluta e gli consegna qualcosa. Ha bisogno di una spinta per fare decollare la serata. Gli serve un tiro di cocaina.
Una scena che i poliziotti della sezione di pg della Procura di Palermo hanno visto ripetersi centinaia di volte. C’è gente che senza droga non si diverte. La fotografia, l’ennesima, degli investigatori restituisce l’immagine imbarazzante di una città.
Gli indagati
In carcere finiscono Lorenzo Rotolo Lonardi, 28 anni, Gaetana Abbate, 28 anni, Ignazio Abbate, 59 anni, Vincenzo Abbate, 35 anni, Alessio Conigliaro, 31 anni. Obbligo di presentazione in commissariato per Barbara Di Bernardo e Giuseppe Pisano, di 29 e 22 anni. Abitano nelle vie Colonna Rotta, Giovanni Pacini, Vito La Mantia e Alessio Narbone.
Come nasce l’inchiesta
Gennaio 2026. I poliziotti fermano la macchina su cui viaggia Conigliaro, che fino a qualche mese prima gestiva un negozio di biciclette. Trovano della droga, sarà l’inizio dell’inchiesta che svelerà la rete di spaccio che rifornisce una grossa fetta dei clienti della città di Palermo.
La procura della Repubblica ritine di avere individuato due gruppi familiari, quello che fa capo a Lonardi, alla compagna Gaetana Abbate, al cognato Vincenzo al suocero Ignazio. L’altro che sarebbe guidato da Conigliaro, Pisano, convivente della sorella di Lonardi, e di cui farebbe parte anche Di Bernardo.
Bisogna fare un ulteriore passo indietro perché i primi contatti sospetti sono stati scoperti dagli investigatori del centro Dia di Palermo. In alcune conversazioni telefoniche si parlava di “bianca” e ”rossa” e del prezzo di acquisto. I telefoni bollenti e sono stati localizzati in giro per la città e anche in piena notte. Le utenze erano intestate a due persone prive di precedenti penali.
Le intercettazioni
“Preparami un nero”, “due piccoli”, “due grammi 180”, dicevano gli indagati. Un giorno Lonardi fu visto salire a bordo di una Fiat 500 e discutere con un cliente che si lamentava perché aveva avuto “problemi al naso” anche se la droga era “una bomba”.
Gaetana Abbate avrebbe acquisito le richieste. I clienti erano registrati con nomi in codice e numeri: “Ha chiamato 026″, “Uomo 37”, “Sta chiamando 833”, “JHa chiamato 149”. A volte le identità venivano indicate con nomignoli come “Alè” o “Totò”.
“Glielo porti mezzo grammo al mio capo”, diceva una donna a Lonardi. “Mi devi portare un bel pietrone”, ordinò un parrucchiere. Un professionista aveva bisogno di una dose che poteva essere definita “una copia del Vangelo” o “un biglietto per la Juventus”. E così i rider della droga consegnavano davanti ai locali – tra i clienti anche i titolari di insegne alla moda – in ufficio o nei negozi di abbigliamento dove i proprietari li attendevano con impazienza in vista della serata.

