Nel teatro del vecchio e nuovo razzismo italiano, spiccano, in peggio, certi siciliani che hanno dimenticato la mitezza, i viaggi dei loro bisnonni per terre assai lontane, che non ricordano quando eravamo noi carne di lacrime e migrazioni.
Eccoli, dunque, questi certi figuranti siciliani – di cui si scrive per astrazione, essendo anonimi e cangianti, ma indicativi di una tragedia culturale – che hanno scelto l’uomo con la pelle diversa, il debole, quale maschera, finalmente, da combattere, dopo avere sopportato il mammasantissima e l’onorevole di turno per una vita intera di sottomissioni.
E quell’immaginario nemico, appunto, incalzano senza tregua, fuori e dentro le quinte, dove capita. Eravano terroni col saio della vittima predestinata, ma loro si considerano ariani in alta uniforme. Nulla hanno letto o imparato, mentre partecipano, leggiadri, alla cecità dei tempi. Li trovi, senza sforzo, riuniti, dal barbiere più vicino. Li trovi, in verità, ormai ovunque, tra facebook e la strada, ignari della compassione, incapaci di apprendere qualcosa dai torti patiti.
Sul razzismo – sulla sua presenza, sulla sua assenza in ogni dove – non può esserci concordia, in frangenti politicamente e polemicamente così strumentali. La disfida all’ultima definizione si consuma intorno a recenti casi che non hanno risparmiato Palermo e la Sicilia, con notizie di violenze a vario titolo, tra Partinico e Lercara Friddi. Cose assai inquietanti – il giovane senegalese picchiato al bar, il ragazzo mauriziano pestato, secondo le cronache disponibili – al vaglio di chi dovrà vagliare, che però già sembrano indicative di un contesto.
E tutto appare opaco e maleodorante ché ci vorrebbe una lozione definitiva per ripulirsi. Ma, alla domanda: ‘esiste il razzismo?’, ecco che si solleva il coro maggiore di una ipocrita indignazione, da Bolzano a Pachino. Razzisti noi? E quando mai? Al massimo, tiriamo uova in faccia alla gente. Vostro onore, goliardia fu…
Invece, il razzismo c’è, anche nella Sicilia una volta bedda e accogliente. Non sfugge agli sguardi risparmiati dal lancio del guscio, ancora in grado di scrutare il fondo. C’è, perfino a prescindere dalle persone coinvolte e da quei casi di cronaca sul cui significato deciderà un giudice. C’è come il gatto di Alice nel Paese delle meraviglie che scompare a suo piacimento per riemergere, perché il gatto è invisibile, non si vede, dunque, il gatto, c’è.
C’è il razzismo nell’aria, nei social che tracimano di puntualizzazioni al sapore di apartheid, quando non di lapidazioni sgrammaticate contro il ‘nero’ di turno. Nei minuscoli o monumentali episodi di intolleranza di cui ognuno è quotidianamente testimone. Nei sibili di rancore, negli scherni sussurrati, nelle allusioni, nell’insulto travisato da patriottico sussulto.
Come se fosse stato comunicato, silenziosamente, un abracadabra dagli effetti tangibili, per disseppellire ciò che restava giustamente sepolto. Possiamo pensare, dire e gridare ciò che precedentemente non era lecito nel pensiero, nella frase e nemmeno nell’urlo. Possiamo, da Pachino a Bolzano, deumanizzare colui che viene da terre assai lontane, aprendogli il campo di concentramento delle definizioni sprezzanti.
Chi goda appena del panorama di una connessione o di una finestra aperta sa che questo rigurgito è il senso comune di troppi. Chi possegga appena un filo di decenza sa che il rancore in forma di liquame invade tutto – platea, loggione, palchi – e che i neo-razzisti, spesso tanto perbenisti, ne rappresentano una feroce declinazione, dopo anni di meritata clandestinità. E davvero li trovi in ogni luogo.
I più pittoreschi del mazzo restano, comunque, quei certi anonimi siciliani da esposizione, da salone da barba, da combattimento: don Totò e Goffredo di Buglione nella narrazione dell’identica crociata, tra una rivista e una accorciatina di sicilianissime basette.
E calzano gli stivaloni crudeli dell’epoca, sperando di abbandonare la particina storicamente imposta di vittime, grazie alla benevolenza dei carnefici. Si permettono il lusso del disprezzo. Ma non credetegli quando declamano di immigrazione incontrollata, di sicurezza, di convivenza, come se fossero informati dei fatti: stanno stendendo una pietosa bugia sul reflusso gastrico che li ha condotti lassù.
Alcuni dei richiamati dal fuoco dell’intolleranza non furono sempre ‘coraggiosi’ e pronti alla battaglia. Per decenni, hanno baciato la mano al politico che prometteva un posticino, si sono inchinati, magari metaforicamente, nei pressi della casa di un boss, quando spuntava la vara col santo.
Se pure non li conosciamo, se non in astrazione, è facile immaginarli. Al culmine delle umiliazioni, si sono, infine, inginocchiati sulla panca di una chiesa, per chiedere perdono del peccato della viltà, sgranando un rosario di sconfitte. Ora sollevano la testa contro il debole, contro il migrante, contro il ‘diverso’, stracciando la pagina della mitezza che rendeva una terra disperata almeno gentile.
Eccoli, questi certi siciliani – maschere, figuranti, pubblico – convinti di riscattare con un minuto di rabbia secoli di schiavitù. Atrocemente, tuttavia, si ingannano. Le vittime solo questo dovrebbero avere imparato: ad amare e proteggere altre vittime. E che non c’è mai salvezza o via d’uscita nell’odio portato in processione come un fiammante costume di scena.

