Catania, Cosa Nostra e le vittime: dove la denuncia è un fatto "inusuale"

Cosa Nostra e le vittime: dove la denuncia è un fatto “inusuale”

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Le parole del Gip, nell’ordinanza che ha portato all’operazione della polizia “Sabbie Mobili”, segnano un cambiamento, che tuttavia ancora oggi scorre lentissimo.
LE CARTE DELL'INCHIESTA
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CATANIA. In una terra di mafia, nel cuore della provincia di Catania, le vittime, se cominciano a pagare nel 1984, devono continuare a farlo fino al 2021 ininterrottamente, saldando le rate come se fosse un mutuo quarantennale. E devono farlo nonostante cambino gli interpreti – pure se il vecchio clan del “Malpassotu” oggi è diventato “Santapaola-Ercolano” e fa persino più paura di prima – e nonostante siano mutati pure i vincoli di sangue e i boss di riferimento degli esattori del pizzo. Ma può succedere pure che finalmente, queste vittime, reagiscano e comincino a parlare con la polizia.

Sono alcune delle storie venute a galla grazie all’operazione Sabbie Mobili, con cui la sezione antiestorsione della Squadra Mobile di Catania, sotto il coordinamento della Dda, ha decapitato il clan di Lineri, un gruppo criminale collegato a Cosa Nostra dove comandava tale Girolamo Rinnesi, personaggio ritenuto un “pezzo da Novanta,” il cui carisma sarebbe rimasto immutato nonostante gli arresti e le pesantissime condanne subite. Il gip Marina Rizza, nell’ordinanza, anzi lo dice proprio: una delle fonti di prova, in questa fase, è “costituita dalle dichiarazioni accusatorie rese dalle persone offese che si sono determinate a collaborare con l’A.G. denunziando le condotte criminose di cui erano vittime, atteggiamento questo purtroppo inusuale in ambiti territoriali, come quello in esame, in cui è radicata la criminalità organizzata di tipo mafioso”. E collaborare, “la scelta delle vittime di denunziare”, che potrebbe provocare “pericoli per la loro stessa incolumità fisica”, non può che essere ritenuta “sincera e genuina”.

Tra le vittime, un giovane imprenditore, subentrato al padre nell’azienda di famiglia, che opera nel settore dell’edilizia – e nel “rapporto” con gli uomini del racket – ha raccontato che suo padre pagava da sempre, sin da quando, negli anni ’80, si sarebbe presentato dinanzi a lui un mafioso pretendendo 500 mila lire al mese. Pretesa che poi fu ridotta a 300 mila lire. Una sorta di tassa fissa, in pratica, per non avere seccature. Una specie di “protezione” iniziata ai tempi del “malpassotu” e proseguita in tempi recenti.

Oggi tuttavia qualcosa comincia a muoversi nell’animus delle vittime, che scelgono di rivolgersi alle forze dell’ordine anche in un contesto territoriale in cui, per dirla con le parole del gip, questa scelta purtroppo continua a essere decisamente “inusuale”.

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