Mafia, 7 pentiti incastrano l'imprenditore 'Miliardario': ecco i verbali

Mafia, i racconti di 7 pentiti incastrano l’imprenditore ‘Miliardario’: i verbali

Boss e collaboratori di giustizia svelano i segreti dei Siverino

CATANIA – Mafia, boss e pentiti hanno incastrato l’imprenditore Antonio Sivirino, detto il ‘Miliardario’ e il figlio Francesco: la guardia di finanza ha sequestrato beni del valore di 98 milioni di euro. Un ruolo chiave, nella ricostruzione delle relazioni pericolose, lo hanno avuto i collaboratori di giustizia, tra i quali ci è finito anche un boss di spessore.

Le accuse

Antonio Siverino sarebbe “vicino” al clan Scalisi e, partendo dall’imputazione di concorso in associazione mafiosa del 2021, il tribunale di Catania ha analizzato l’ascesa del gruppo di società che ha gestito insieme al figlio.

Gli inquirenti sostengono che l’imprenditore avrebbe una “strettissima contiguità” con il clan Laudani, attraverso Carmelo Pavone detto ‘l’Africano’ e con il clan Scalisi, guidato da Giuseppe Scarvaglieri. Quest’ultimo è il fratello di Antonio Scarvaglieri, suocero di Francesco Siverino.

I verbali del boss

Gaetano Di Marco è stato il reggente del clan Scalisi per molti anni. Tra i suoi compiti c’era quello di raccogliere le estorsioni e nel 2016 ha deciso di collaborare con la giustizia. Ai magistrati ha raccontato di aver scoperto, qualche anno prima, che Antonio Siverino “prestava denaro a usura a Biancavilla senza l’autorizzazione del clan”. Di Marco a quel punto va da Siverino, vuole spiegazioni e l’imprenditore “spende il nome” di Carmelo Pavone detto l’Africano ricordando di essere “sotto la sua protezione”. Siverino avrebbe fatto un “regalo in denaro” alla famiglia Scalisi “per chiudere la questione”.

Alcuni mesi dopo, il collaboratore aggiunge che Siverino era “compare” di Antonio Scarvaglieri, il fratello del boss e che nel libro mastro delle estorsioni degli Scalisi, non c’era il nome delle società riconducibili a Siverino.

Dopo la scarcerazione, Pietro Maccarrone prende il posto di Di Marco, alla guida del clan. L’imprenditore avrebbe “frequentato quotidianamente”, insieme al figlio Francesco, l’abitazione del nuovo boss, “sistemando diversi problemi”: per recuperare un credito di Francesco Siverino, sarebbe intervenuto un uomo di spicco, Carmelo Sardo.

Dalle aziende di trasporti di Siverino, secondo uno dei coindagati nell’operazione del 2021 Antonio Calcagno, “si prendevano soldi”.

L’appoggio del clan

Agli atti ci sono i verbali di Antonio Zignale, affiliato agli Scalisi fino al 2013 e collaboratore di giustizia dal 2016. “Antonio Siverino – ha detto il pentito – era appoggiato, cioè protetto e aiutato nelle sua attività da Carmelo Pavone, pur non figurando quale intestatario, essendo le stesse intestate a prestanome”. Dal provvedimento del tribunale di Catania, emerge che numerosi nullatenenti gestivano quote di società ritenute riconducibili agli imprenditori.

Il mondo degli autotrasportatori

Anche un ex autotrasportatore affiliato agli Scalisi, Salvatore Paterniti, ha confermato le accuse nei confronti dei Siverino, sottolineando che Antonio sarebbe stato “un soggetto vicino al clan Scalisi, dal quale riceveva protezione, in quanto operativo nel settore dei trasporti”. Nel 2014 il fratello di Paterniti avrebbe avuto problemi con i Siverino, per un mancato pagamento e sarebbe stato rimproverato dagli Scalisi, perché Siverino “era un loro amico”.

Il ‘Miliardario’ avrebbe anche sostenuto i detenuti del clan, come ha confermato un altro collaboratore, Valerio Rosano, affiliato al gruppo di Biancavilla e figlioccio di Pavone.

Il riconoscimento fotografico

Un altro ex soldato del clan, Nicola Amoroso, ha riconosciuto Francesco Siverino in un album fotografico, sostenendo che si trattasse di un “affiliato al clan Scalisi, che periodicamente versava nelle casse del sodalizio denaro proveniente dall’attività di parcheggio del camion gestita insieme al padre”. Dietro l’ascesa dei due imprenditori, ci sarebbe stata una “truffa”, racconta il collaboratore, “realizzata avvalendosi degli appoggi con il clan Laudani”. I telefonini dei Siverino sarebbero stati utilizzati da alcuni esponenti mafiosi di Adrano per comunicare con affiliati di spessore. Secondo questo collaboratore, padre e figlio “non avevano bisogno di protezione mafiosa, in quanto affiliati” e spontaneamente “versavano parte dei proventi delle loro attività alla famiglia mafiosa e, se necessario per le esigenze del gruppo, venivano loro richieste somme ulteriori”.

L’ex affiliato ricorda anche che una volta, “insieme ad Alfredo Mannino”, si sarebbe recato dagli imprenditori per avere 5mila euro in contanti: i soldi “erano stati erogati senza alcun problema”.

Le accuse dell’affiliato ai Rosano

Giovanni La Rosa, affiliato ai Rosano e vicino agli Scalisi, ha riconosciuto Antonio Siverino nell’album mostrato dalla Procura di Catania, accusandolo di essere proprietario “di un ingente patrimonio ottenuto attraverso alcune truffe”. Inizialmente il clan avrebbe provato a metterlo sotto estorsione, ma “successivamente – dice il pentito – si erano messi in società con lui, dividendo i guadagni delle sue attività”.

L’ultimo pentito a parlare dei Siverino è Salvatore Giarrizzo, boss degli Scalisi dopo il 2017, secondo il quale gli imprenditori “erano molto vicini alla famiglia di Giuseppe Scarvaglieri e Francesco era molto vicino a Salvatore Calcagno, nipote del boss detenuto, che lo proteggeva”.

Quando un affiliato di spicco dei Laudani, Natale Benvenga, chiede la restituzione di 250mila euro a Francesco Siverino, Calcagno in persona sarebbe intervenuto – secondo i racconti del collaboratore Giarrizzo – per far sapere che è “come se avessero a che fare” con il boss Pippo Scarvaglieri “in persona”.

Nel frattempo, i Siverino avrebbero fatto una scalata economica impressionante, commercializzando prodotti petroliferi in Europa e girando nel Catanese con rolex d’oro al polso e Porsche turbo. LEGGI


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