Otto marzo, una mimosa per Elisabeta

Catania, una mimosa per Elisabeta uccisa dalla nostra violenza

Nessuno può dirsi innocente. La tragica storia
L'OTTO MARZO DI CATANIA
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2 min di lettura

Una mimosa per Elisabeta, oggi, domenica otto marzo, 2026, nel giorno in cui la sacrosanta rivendicazione dei diritti incompiuti delle donne e la cattiva coscienza di troppi uomini, coperta della retorica, si mescolano insieme in un gusto agrodolce.

Una mimosa per Elisabeta, morta a Catania in un lercio tugurio. Probabilmente, secondo gli ultimi sviluppi di cronaca, non vittima di omicidio, ma sbranata da un gruppo di cani. Si attende l’esito compiuto delle indagini. Adesso, si avverte, in sottofondo, una specie di inconfessabile sospiro di sollievo collettivo. Per cosa? Perché una sventurata ragazza non sarebbe stata vittima di qualcuno, ma ‘soltanto’ di tragiche circostanze.

E si percepisce, non confessato, non pienamente udibile, eppure c’è, lo sfiato di chi si sente più lieve, a torto. Non l’hanno uccisa. Non c’è un assassino. Il soffio dell’ipocrisia ha un sibilo noto.

Tanti invisibili scompaiono, no? Anzi, erano già scomparsi. E che volete?, sembrano dirci gli sguardi di chi non desidera più ammiscarsi col dolore. Non c’è il codice penale, non c’è ombra di femminicidio, che cosa volete? Non ci sono mimose per il sorriso dimenticato di Elisabeta. Le mimose: i fragranti segni d’interpunzione di un attimo, nella storia del perenne maschilismo.

Una mimosa per Elisabeta. Per il suo volto di trentaseienne con centomila rughe e l’infinità degli anni, vissuti nell’abbandono. Per la magliettina blu scialbo della foto resa nota dalla Procura. Una mimosa per il suo ultimo viaggio lontano da ogni luce, per la sua esistenza attraversata dai fantasmi del crack e della prostituzione, per il suo ultimo sguardo, in quel buio fitto, per il suo ultimo respiro.

Una mimosa, la più lucente, la più gialla, la più fresca, per Elisabeta, donna come le altre, nel giorno delle donne. E’ stata abbandonata, tenuta lontana dall’approdo. E’ naufragata alla deriva, povera migrante urbana, fino al ritrovamento del corpo.

Una mimosa per lei, uccisa, a poco a poco, dalla nostra violenza socialmente accettata, dall’indifferenza. Nessun tribunale ci riterrà colpevoli, ma questo non ci rende innocenti, nel giorno dolce e terribile delle mimose in fiore.

Una mimosa per te, Elisabeta. Tu morivi e noi eravamo impegnati in vagonate di esperimenti futili, di vacui passatempi nel tentativo di sconfiggere l’orrore incombente. Tanto ci preoccupiamo della globalità, da non toccare più l’infinità, il profumo di un singolo. Siamo dispersi in un tugurio, Elisabeta. Da qui non si esce. Non si vedono le stelle.

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