Coronavirus, il dolore in ospedale | "Se un medico è credente può..." - Live Sicilia

Coronavirus, il dolore in ospedale | “Se un medico è credente può…”

Tanti muoiono da soli. La proposta di padre Cosimo Scordato per affrontare il momento.

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PALERMO- Quella sfilata di bare. Quei morti, snocciolati alle sei del pomeriggio, nel consueto bollettino. E stiamo lì, attaccati allo schermo, per scoprire se il flagello del Coronavirus ha un po’ attenuato la sua furia. Se una simile macabra aritmetica ci consentirà, prima o poi, un respiro un po’ più largo.

Quei morti che erano vivi. Singole persone con una casa, con una macchina, magari con una famiglia, con un gatto, con un cane, con un pensiero felice della sera, con un libro sul comodino e con i gerani da innaffiare. Persone che amavano ed erano riamate. Prese alla gola dallo spavento, andate via senza potere abbracciare nessuno. Chi ne ricorderà mai i nomi, se non coloro che li conoscevano?

“Ma non dobbiamo abituarci a questa morte anonima e indistinta – dice padre Cosimo Scordato, prete dell’Albergheria – Negli ospedali ci sono già i cappellani che non possono bastare per tutti. Noi sacerdoti seguiamo le regole, per salvaguardare la salute pubblica”.

Ha un’idea don Cosimo. “Siamo molto grati ai medici e agli infermieri, che rappresentano tutti noi, a coloro che si prendono cura dei malati in un frangente tanto drammatico. Al cuore generoso che hanno mostrato chiediamo anche di essere umanamente vicini, come sono, ai sofferenti, in termini di affetto e di attenzione. E pure qualcosa di più. Un medico, se è credente, può pregare con chi soffre. Può recitare insieme al sofferente il Padre Nostro per accogliere insieme il perdono di Dio: rimetti a noi i nostri debiti. Può impartire e chiedere una benedizione. Una comunità ecclesiale si forma ovunque, se c’è la disponibilità. Io e altri, però, siamo raggiungibili con tutti i mezzi che la comunicazione consente. Per il resto, stare a casa è un dovere, un gesto d’amore per sé e per gli altri”.

Don Cosimo e altri sacerdoti, don Rosario Giuè, don Franco Romano e don Francesco Maria Stabile, sul punto, hanno inviato una lettera all’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Si legge, nel contesto di un discorso articolato: “Anche qualche operatore ospedaliero, a ciò preparato, potrebbe essere deputato come ‘ministro straordinario’ del sacramento dell’unzione dei malati?”.

Perché nessuno se ne vada con l’impressione di essere solo, credente o non credente. Perché le persone tornino a essere persone, mentre attraversano la porta più difficile.


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