Da Crocetta a Ingroia a Lucia | Sicilia: il teatrino dell'assurdo

Da Crocetta a Ingroia a Lucia | Sicilia: il teatrino dell’assurdo

Tutto è sottosopra. Tutto è teatrino dell'assurdo. La Sicilia è morta dietro l'illusione di un presidente che parla di antimafia e legalità. Un ex magistrato che fungeva da sorvegliante delle coscienze ha smarrito il filo. L'onesta figlia di un eroe civile fa da paravento a uno dei peggiori governi che ci siano mai stati.

L'editoriale
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“Crocetta distruggerà la Sicilia”. Nicolò Marino ha azzeccato la profezia, sbagliando i tempi. La Sicilia è stata già distrutta. Moriremo di fame, di irrilevanza, di conti che non tornano; nel teatrino dell’assurdo che questa terra è diventata.

Rosario Crocetta aveva promesso il miracolo dell’antimafia e della legalità. Una volta incassato il consenso di una avventurosa elezione, imbracciò un megafono, scese in piazza e parlò. Piacque agli ingenui. Tutti hanno occhi per vedere quanto sia risultata illusoria quella messinscena. Quanta Sicilia sia stata polverizzata. Quanto suoni beffardo il rito legalitario e crocettiano che non incontra quasi mai – sfortuna, solo sfortuna – il gradimento di giudici e popolo. Il Tar ha ripetutamente bacchettato il governatore. E’ entrata in campo addirittura la Corte Costituzionale, nella spinosa questione dei beni culturali. Intanto, i siciliani soffrono come bestie al macello. Tonnellate di sconfessioni. Migliaia di persone, traumatizzate per sempre. Questo pare il bilancio di una esperienza di governo.

Se la politica coltivasse un filo di comune senso del pudore, Rosario Crocetta dovrebbe alzarsi dalla poltrona di Palazzo d’Orleans, chiedere scusa e andarsene. Invece, tira dritto. E poco gli importa che la sua annunciata rivoluzione venga quotidianamente smentita, che la speranza abbia assunto lo stesso colore della menzogna.

Alla più adamantina legalità si è sempre ispirato Antonio Ingroia, secondo le periodiche professioni di fede dell’ex pm, passato dalla ribalta giudiziaria, alle palme del Guatemala, alla poltrona di un incarico di sottogoverno. Un cammino accidentato con un un epilogo, al momento, non esaltante. Il gip di Palermo ha chiesto la sua iscrizione coatta nel registro degli indagati – insieme all’inseparabile mentore, indovinate chi è – a proposito delle assunzioni di Sicilia E- Servizi, la partecipata della Regione di cui Ingroia è amministratore unico. L’uomo che reclamava giustizia è stato messo in mezzo sul medesimo palcoscenico di cui fu l’indiscussa star. L’inflessibile figura che voleva scoperchiare tutti i coperchi di tutte le pentole con la famosa etichetta “La Trattativa” è scivolata via via nell’anonimato, fino a cadere in una rete di vicende che ne hanno mediaticamente macchiato l’uniforme da sorvegliante delle coscienze.

Qualche anno fa, a pronunciare il cognome Ingroia venivano in mente Paolo Borsellino e le stragi. Oggi – alla medesima evocazione – saltano sul palcoscenico Rosario Crocetta, la triste palmetta guatemalteca inquadrata nelle interviste dell’epoca, una città di fiocchi di neve e stambecchi: la ripudiata Aosta. Il comune senso del pudore suggerirebbe un saggio sfilarsi, per salvare il salvabile della passione civile. Invece, il ‘partigiano della Costituzione’ rimane dov’è, con la risata di Maurizio Crozza sulla spalla.

La memoria del profilo dolce e severo di Paolo Borsellino conduce – per catena di affetto e gratitudine – al viso sovrapponibile di sua figlia Lucia. Di lei si potrebbe dire – con maggiore forza rispetto a Ingroia – che ieri era Paolo la suggestione che il suo nome disseppelliva, mentre oggi è Rosario. E si potrebbero citare il calvario imposto ai malcapitati utenti della sua Sanità, gli scandali che indirettamente, politicamente, la interpellano, la crisi di offerta ai malati che impegno e dedizione non riesce a sanare. E si potrebbe narrare del carillon delle dimissioni annunciate e finora mai date. Un giro in musica, una riverenza, un’esternazione sul ‘mi dimetto’ e poi il ritorno dietro le mura, nel guarnito castello del ‘resto al mio posto’.

Ma non è nemmeno questa la ferita che sanguina di più. Il nocciolo dell’impostura sta nella premessa: l’onesta figlia di un eroe è diventata paravento di uno dei peggiori governi nella storia della Sicilia, l’alibi della morte di ogni pudore. Il nome onorato dei Borsellino fa da schermo alla caduta della speranza. L’amore per un magistrato che sapeva scoperchiare le pentole della mafia era un patrimonio di tutti; ora viene usato come tunica da strappare e dividere, insieme alla vita di Lucia. Ecco lo sfregio, la ferita di tutte le ferite. Ecco l’apoteosi del teatrino dell’assurdo. La distruzione è compiuta.

 

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