Il nostro editoriale sulla responsabilità di essere siciliani ha promosso un dibattito che siamo lieti di ospitare.
Caro direttore,
ho letto con grande attenzione e piacere il suo editoriale “Pasqua: come essere ancora siciliani e costruire una terra di speranza” e trovo che lei abbia colto un punto essenziale: essere siciliani, oggi, non è una condizione passiva, ma una scelta attiva.
È un atto di responsabilità. Da imprenditore e da presidente di Sicindustria, sento profondamente questa chiamata. Perché la Sicilia non può più essere raccontata, e soprattutto vissuta, come una terra condannata alla marginalità. Non lo è mai stata davvero. E certamente non lo è oggi, se guardiamo alle energie, alle competenze e alle esperienze che ogni giorno emergono, spesso lontano dai riflettori.
Il ruolo dell’impresa
L’impresa, in questo contesto, ha un ruolo decisivo. È un presidio fondamentale di sviluppo, lavoro e coesione nei territori, ma è anche sempre di più una comunità di persone: imprenditori, lavoratori, famiglie. E proprio per questo, è chiamata a evolvere continuamente, rafforzando la propria capacità di dialogo con l’esterno.
Non si tratta di rinunciare alla propria identità o alla propria solidità, ma di essere pienamente consapevoli dell’impatto che ogni attività produttiva genera nel contesto in cui opera. La nostra idea è quella di un’impresa che cresce insieme al territorio, che ne condivide le difficoltà ma anche le opportunità. Un’impresa solida al proprio interno, ma allo stesso tempo attenta a ciò che accade fuori, nella società e nelle comunità. Capace di ascoltare i bisogni, di cogliere i cambiamenti e di contribuire, con responsabilità, a orientarli.
È questo lo spirito di una vera “rivoluzione civile” economica: un sistema produttivo che non si limita a creare valore economico, ma che sente il dovere di generare valore sociale, restituendo fiducia e prospettiva ai luoghi in cui opera.
In Sicilia esistono già tanti esempi in questa direzione. Giovani imprenditori che innovano, aziende che investono nella sostenibilità, realtà che scelgono di restare o di tornare. Sono storie che parlano di coraggio e visione, e che dimostrano come quella “resurrezione possibile” di cui lei scrive non sia un’astrazione, ma un processo concreto, quotidiano, fatto di scelte e di responsabilità. Tuttavia, perché questo percorso si consolidi, serve un ecosistema favorevole. Serve una politica capace di visione, certo. Ma serve anche una narrazione diversa, più completa, più giusta.
Il valore della stampa
Ed è qui che entra in gioco il ruolo della stampa. Raccontare la Sicilia significa anche illuminare ciò che funziona. Fare emergere le buone notizie. E non per negare i problemi, che esistono e vanno affrontati con chiarezza, ma per restituire equilibrio e verità.
Perché un racconto esclusivamente negativo finisce per generare rassegnazione, mentre la valorizzazione delle buone pratiche crea fiducia, emulazione, senso di appartenenza. Abbiamo bisogno di una stampa che sappia essere critica, ma anche costruttiva. Che non rinunci al suo ruolo di controllo, ma che allo stesso tempo accompagni i processi di crescita, dando voce a chi costruisce, innova, resiste e ogni giorno contribuisce, spesso in silenzio, a migliorare questa terra.
La Sicilia, come ricordato nel suo editoriale, possiede una “biodiversità” unica. È un patrimonio umano, culturale ed economico che può diventare il nostro principale vantaggio competitivo, se trasformato in sistema, in visione condivisa, in capacità di fare rete. Il futuro, allora, non è qualcosa che aspettiamo. È qualcosa che costruiamo, insieme. E costruirlo significa assumersi una responsabilità collettiva: istituzioni, imprese, cittadini, informazione. Ognuno per la propria parte, ma tutti nella stessa direzione.
Essere siciliani, oggi, vuol dire proprio questo: non accettare più narrazioni immutabili, ma contribuire a scriverne una nuova. Una storia credibile, concreta, fatta di lavoro, dignità e speranza.
Luigi Rizzolo, Presidente di Sicindustria

