Vino e bellezza: perché l'Etna sta conquistando il mondo - Live Sicilia

Vino e bellezza: perché l’Etna sta conquistando il mondo

Conversazione con Francesco Chittari, sommelier del vino e dell'olio: "Il vino è nel Dna del vulcano". Foto di Tahnee Drago
ENOGASTRONOMIA
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CATANIA – Uno dei vulcani più attivi del mondo, tra i più iconici, Patrimonio Unesco dal 2013, culla di storie e territori mozzafiato, mamma gentile e, a volte, severa di tutti i siciliani, oggi l’Etna è in cima alle destinazioni vitivinicole più interessanti d’Europa.

Ne parliamo con Francesco Chittari, Sommelier del vino e dell’olio, classe 1988, siciliano ed etneo fiero. Docente di Fondazione Italiana Sommelier, fondatore dell’agenzia di comunicazione Scirocco, degustatore di birre, organizzatore di eventi, Chittari è, certamente, un punto di riferimento per molte aziende del settore. È, prima di tutto, promotore della bellezza dell’Isola e, da anni, coniuga passione, eccellenza e territorio.

Foto di Tahnee Drago

Francesco, l’Etna, vulcano di sapori, oggi registra una crescita esponenziale che mette al centro vino e bellezza. Qual è il segreto?

La risposta è nella domanda. Vino e (o è) bellezza. E sono due caratteristiche fondamentali dell’Etna. La storia del vino è nel suo Dna. Qui il vino si produce da sempre.

Partiamo dall’inizio.

Esistono viti monumentali che hanno più di 250 anni. Questo perché il terreno sabbioso e vulcanico rende la vite più longeva. Devo dire che, in passato, la geografia dei vigneti dell’Etna era totalmente differente. Le vigne arrivavano alla costa jonica, infatti il nome Nerello Mascalese viene dalla Contea di Mascali, che è una zona di mare.

Quando e come avviene il boom commerciale del vino etneo?

Nel 1800 il nostro vino veniva usato per tagliare vini francesi e piemontesi. Quando la Fillossera, un parassita che devasta le piante, colpisce la Francia e il Nord Italia, rimane solo la reperibilità del vino dell’Etna. Avviene, parallelamente, un crollo del mercato che conduce ad un abbandono delle vigne e, successivamente, alla conversione di molti vigneti in agrumeti. Solo alcune cantine, oggi storiche, mantengono le proprie vigne.

Oggi la superficie vitata sull’Etna è di 1100 ettari, molto meno rispetto al passato. Una produzione di Etna Doc, tra rosso, bianco, rosato e spumanti di 4 milioni e mezzo circa di bottiglie. Piccoli numeri, ma di grandissima qualità.

A proposito di qualità, quando arriva, invece, il boom in questi termini?

Nel 1993, quando il mercato del vino premia con i Tre Bicchieri Gambero Rosso il Pietra Marina di Benanti, vino bianco, fatto da Carricante. Lo sottolineo perché l’Etna oggi viene identificata, spesso, con la produzione di vino rosso. Da qui non è tardata ad arrivare l’attenzione dei grandi winemakers come Marc De Grazia, Andrea Franchetti, Frank Cornelissen che, già presenti sul mercato americano, riescono a raccontare al mondo la grande qualità dei vini dell’Etna.

Un fenomeno sempre più in crescendo è di certo quello legato all’enoturismo.

Assolutamente si. Oggi l’esperienza di viaggio è totalmente cambiata. Sono sempre più numerosi i viaggiatori che cercano esperienze su misura. C’è la curiosità di capire come si vive, cosa si mangia, cosa si coltiva in un determinato territorio. Attualmente, l’Etna pullula di aziende che offrono esperienze enoturistiche. La produzione di vino diventa, quindi, il tassello di un contenitore più ampio dove si crea lavoro, energia produttiva, connessione e promozione del territorio.

L’Etna produce piccoli quantitativi ma, questi, sono diffusi in molti paesi del mondo. Oggi, nelle principali guide internazionali, tra i primi dieci vini troviamo sempre il brand Etna.

Rovescio della medaglia: difficoltà e ostacoli.

Noi siciliani rappresentiamo, spesso, il più grande limite per noi stessi. Questa è un Terra bellissima, che non sempre opera come dovrebbe. La Sicilia è caratterizzata da qualità che sono uniche al mondo. L’Etna è un’isola nell’isola. È identità multiforme, fatta da molteplici varietà che, poi, sono identificative della Sicilia in generale. L’Etna ha una propria identità, piena di diverse sfaccettature. Occorre, certamente, maggiore sinergia tra gli attori coinvolti e non un’azione scomposta e autoreferenziale. Bisogna fare rete, non solo nell’ambito del vino. È necessario investire sul territorio, ricercare, sintetizzare, trovare il fil rouge che lega tutti i vini dell’Etna e, poi, andare a sottolineare tutte le diverse particolarità.

Qual è, secondo te, una caratteristica peculiare della produzione vinicola sull’Etna?

In Sicilia, in generale, la vendemmia inizia ad agosto, mentre sull’Etna inizia a settembre e si conclude a novembre. È la vendemmia più lunga che viene fatta in Italia. Si passa, poi, da altitudini alpine al clima mediterraneo, con le correnti del mare, il sole del Sud. Qui si trova una luminosità unica, che è la stessa che si ritrova negli occhi delle belle persone che vivono questa Terra.

Quando si parla di vini dell’Etna, come hai detto, si pensa subito ai rossi, poi ai bianchi e ai rosati. Ma non dimentichiamo che qui si producono eccellenti spumanti. Tu sei, fra le altre cose, l’ideatore e l’organizzatore di “Spumanti dell’Etna”, quest’anno alla sua terza edizione.

Si. Ho sempre cercato di contribuire alla crescita del mio territorio, facendolo conoscere, raccontandolo e declinandolo anche in maniera differente. Nel 2018 abbiamo messo in campo questa manifestazione, che aveva e ha un obiettivo preciso: portare l’Etna in centro città, a Catania.

E lo fai con gli spumanti, perché?

Perché dietro allo spumante, secondo me, si racchiude un’idea romantica di felicità. Lo spumante insegna la capacità di attesa, contrariamente alla fretta che oggi contraddistingue il genere umano. È un vino che necessita di tanto tempo di permanenza sui lieviti, il raccolto di un’annata che dona i suoi frutti dopo diversi anni, insegna a non volere tutto e subito e coltiva la pazienza. Questo riesce a fare apprezzare, ancora di più, il risultato che ne viene fuori, che è straordinario.

Quando viene prodotto il primo spumante sull’Etna?

Nel libro “Mille anni di storia dei migliori vini dell’Etna”, il Barone Felice Spitaleri scrive che nel 1870 viene fatto il primo spumante metodo classico sul vulcano, non con un vitigno autoctono ma con il Pinot nero. Uno spumante dolce, non Extra Brut, perché la tendenza dell’epoca era quella.

Murgo, nel 1989, fa la prima vinificazione da Nerello mascalese. Ancora Benanti, nel 2002, avvia la produzione di spumante vinificando Carricante. Da un paio di cantine che, all’inizio degli anni ’90, producevano spumanti oggi se ne contano circa trenta.

Definisci il vino un social network, è corretto?

Si, perché crea connessioni tra territori, aziende e persone. E’ un bellissimo elemento di condivisione.

E tu, per chiudere, come ti definiresti?

Come una persona che vuole corrispondere l’amore che riceve da questa magnifica Terra.


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