CATANIA – Giuseppe Meliadò ritorna nella sua Catania. Non si conosce ancora la data dell’insediamento del più giovane presidente di Corte d’Appello d’Italia, ma il magistrato promette che “i tempi saranno brevissimi”. Anche perchè “l’ufficio lo richiede e c’è tanto lavoro da fare”. Meliadò non nasconde l’entusismo di lavorare a Catania: “Sono contento di ritornare a lavorare dopo molti anni nella mia città tra tanti magistrati e avvocati che conosco e stimo”. Il magistrato ha già le idee molto chiare. “Gli uffici giudiziari catanesi presentano molti problemi ad iniziare da quello dell’edilizia giudiziaria e dei tempi del processo, ma sono sicuro – afferma – che si può fare affidamento sulla sensibilità delle istituzioni e sulla grande competenza e abnegazione della magistratura del distretto che però va sostenuta e motivata dai dirigenti di tutti gli uffici, che devono dimostrarsi all’altezza dei compiti di grande responsabilità che gli sono affidati”.
Ed è proprio l’edilizia giudiziaria il tallone d’achille che il Presidente della Corte d’Appello vuole eliminare. “Questo lavoro di innovazione tecnologica e di potenziamento organizzativo rischia di essere vanificato – osserva Meliadò – da una situazione di edilizia giudiziaria che non consente di svolgere decorosamente il lavoro della magistratura. Questo è un nodo che deve essere necessariamente sciolto e io ne farò oggetto del mio impegno prioritario”.
Catania è punto di riferimento per l’amministrazione della giustizia per molti aspetti. Come ad esempio il processo civile telematico. “Che è partito proprio da Catania e si è diffuso in tutta la nazione” – evidenzia (orgoglioso) Meliadò. Il prossimo 30 gennaio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario saranno resi pubblici gli importanti risultati del distretto giudiziario di Catania. “La magistratura – sottolinea il Presidente – sta facendo un grande lavoro e lo vedrete anche dai dati che emergeranno dalla relazione che sarà letta dalla dottoressa Tafuri. Lavoro eccezionale non solo in termini di quantità ma anche di qualità”. Meliadò non si ferma solo a Catania ma accende i riflettori anche alle altre realtà distrettuali come Siracusa per gli sbarchi, o “la situazione gravissima dell’economia rispetto a una sezione Lavoro che produce quanto nessun altro in Italia. Io voglio dire – aggiunge il Presidente – che la magistratura ce la sta mettendo tutta per cercare di far fronte al meglio alle aspettative dei cittadini. Io poi personalmente sono convinto che l’amministrazione della giustizia non è un’azienda e che però anche l’amministrazione della giustizia, come tutte le altre amministrazioni, devono porsi un problema di qualità ed efficenza”.
Fondamentale sarà inoltre il confronto e il dialogo con il mondo forense. “Ho sempre detto che non si può essere un buon magistrato senza un buon avvocato. Sono due professioni – afferma Giuseppe Meliadò – che si contaminano reciprocamente nel bene e nel male. Per me l’apporto dell’avvocatura è decisivo”.
Per Meliadò la professione di magistrato più che un lavoro è una missione. Un concetto evidenziato in tre anni e mezzo alla Scuola di Magistratura. “Quello che ho sempre sottolineato – racconta – che il lavoro di magistrato non è un lavoro come altri, si deve fare con passione ma allo stesso tempo con equilibrio e senso di responsabilità. Però non con un approccio burocratico perchè il magistrato deve avere grande sensibilità istituzionale. Senza questa sensibilità – spiega – si può essere perfetti tecnicamente ma si fa solo una parte del proprio lavoro”.
Per il Presidente della Corte d’Appello di Catania il Palazzo di Giustizia non deve essere vissuto come “un luogo chiuso e di cui diffidare, ma anzi come un luogo aperto che rappresenta la nostra professione ed essenzialmente un servizio verso i cittadini”.

