Gli indagati per la frana di Niscemi sono tredici, a partire dai presidenti della Regione Schifani, Musumeci, Crocetta e Lombardo, ma l’elenco è destinato a crescere. Finora la Procura di Gela si è concentrata sulla mancata realizzazione delle opere che avrebbero potuto evitare il disastro dello scorso gennaio.
Frana di Niscemi, il primo episodio del ’97
Un elenco di interventi stabilito dopo la frana del 1997. Era più di un campanello di allarme, ma sarebbe stato ignorato quasi del tutto. A cominciare dai sistemi di monitoraggio a tutela degli abitanti che avrebbe dovuto restare attivi.
Nel 1999 fu sottoscritto il contratto di appalto per la realizzazione di opere per 12 milioni di euro. Si era formata un’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò la commessa pubblica. Undici anni dopo, nel 2020, il contratto venne risolto. Risultato: niente lavori.
I tredici indagati per disastro colposo, fra cui i presidenti della Regione Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci e Renato Schifani, ebbero un ruolo in questa fase, assieme ai responsabili della Protezione civile siciliana e e ai burocrati regionali.
La seconda fase delle indagini
La strada investigativa, che prevede due ulteriori fasi, è stata tracciata in conferenza stampa dal procuratore di Gela, Salvatore Vella.
La seconda fase riguarderà i mancati interventi sulla raccolta e la regimentazione delle acque bianche e nere che sono state individuate come causa dell’innesco del fronte di frana. La collina di Niscemi si è sbriciolata per colpa delle infiltrazioni di acqua.
Risale all’agosto dello scorso anno l’ultimo atto ufficiale della Regione siciliana relativo al progetto di consolidamento della prima frana di Niscemi, quella del 1997.
Il dipartimento regionale della Protezione civile ha nominato il responsabile unico del procedimento, il geologo Paolo Vizzi, per un intervento che prevede anche la sistemazione idraulica del torrente Benefizio e l’incisione a valle dell’ex depuratore.
L’iter del progetto va avanti da anni e l’importo complessivo stimato è di circa 14 milioni e mezzo di euro. Nonostante ciò, gli interventi non sono mai stati realizzati. Nel 2010 la Regione ha risolto il contratto affidato all’impresa appaltatrice per “gravi ritardi”, bloccando di fatto l’avvio dei lavori. L’impresa fece un passo indietro perché dal progetto all’affidamento dei lavori la situazione ambientale era cambiata e non era possibile mantenere gli impegni.
Nelle aree interessate dalle recenti frane, tra il 2007 e il 2012 erano stati eseguiti soltanto interventi di terrazzamento, mentre lavori più strutturati furono realizzati nell’area sottostante il Belvedere, anche grazie a fondi Pit. Sono invece rimasti esclusi proprio gli interventi principali di consolidamento della frana e quelli lungo il torrente Benefizio.
Terza fase: la zona rossa
La terza fase dell’indagine riguarda la zona rossa, sia quella interessata dalla frana del ’97 che quella del disastro dello scorso gennaio, individuate come a rischio molto elevato già nella relazione della commissione nominata con ordinanza della Presidenza del Consiglio. A sbloccare la situazione non bastò, nel 2019, la frana che provocò la chiusura di una delle tre strade provinciali di accesso al paese. Già allora la frana di Niscemi per valutazione di rischio geologico era stata catalogata con il massimo grado di pericolosità. Al momento sono 700 i cantieri aperti in Sicilia, ma non c’è il paese in provincia di Caltanissetta.
Gli accertamenti riguarderanno i mancati sgomberi e le mancate demolizioni, lo stop a nuove costruzioni e sulle autorizzazioni di opere che non dovevano essere realizzate. Entrambe le fasi sono ancora all’inizio. Ecco perché l’elenco degli indagati appare destinato a crescere.

