Incoter, parla il direttore tecnico: |"In ginocchio, ecco il perchè..." - Live Sicilia

Incoter, parla il direttore tecnico: |”In ginocchio, ecco il perchè…”

Il direttore tecnico della Incoter (azienda confiscata e in passato conosciuta come Fratelli Basilotta Spa) Nicola Costanzo denuncia quella che definisce "una beffa dello Stato. Quello stesso Stato che oggi di fatto amministra la società di costruzioni".

Lettera in redazione
di
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In questa mia nota, mi permetto di condividere con i lettori di LiveSiciliaCatania, la mia esperienza personale, legata ad una impresa di costruzione, la IN.CO.TER S.P.A. (meglio conosciuta ai tempi come “Fratelli Basilotta S.p.A.).

In questi anni, per ragioni connesse agli incarichi professionali ricevuti (sono attualmente il Direttore Tecnico) ho potuto assistere in prima persona al rapido decadimento cui questa impresa, primaria ai tempi del mio inserimento (2007), è giunta purtroppo in questi anni.

Nel 2010 ad oggi la società difatti è passata da una prima fase di sequestro ad una di confisca (dal 2012) e quindi di fatto, possiamo inserirla – proprio a seguito del provvedimento interdittivo – tra quelle società “amministrate e gestite dallo Stato”.

Quanto oggi ho necessità di farLe pervenire è rappresentato dal provvedimento effettuato da parte di una altra “società dello Stato”, precisamente Riscossione Sicilia Spa, la quale in questi mesi ha provveduto a bloccare tutti i c/c bancari intestati oggi alla società In.Co.Ter. S.p.a. (a causa di pagamenti regressi –a loro modo dovuti- negli anni 2004-2009 di riferimento e soprattutto, non tenendo conto del ricorso legale realizzato dalla della società “Fratelli Basilotta Spa”).

Questa situazione, sta comportando per l’attuale Amministratore nominato, l’immediata sospensione di tutti quei procedimento di liquidazione, che tenevano conto non solo delle vendite in corso, ma soprattutto di tutte quelle trattative giunte ormai in fase di definizione, quali lo svincolo di quelle somme, ancorate da anni, da procedimenti legali.

Per quanto sopra, bisogna considerare che il “blocco” adottato da parte di Riscossione Sicilia S.p.A., sta causando di fatto, il mancato pagamento degli stipendi; infatti il sottoscritto insieme ai colleghi, non percepisce le proprie spettanze dal mese di Novembre del 2015 ed è assurdo, in quanto, pur operando presso una Società – che potremmo definire “Statale” – si ci ritrova “assediati” a causa di quelle azioni legali da parte di un’altra società anch’essa gestita ( e abbiamo letto in questi giorni in quali modi…) dallo “Stato.

Una “beffa” quest’ultima che non tiene conto delle modifiche e integrazioni sulla gestione delle aziende confiscate ( Legge di Stabilità – Dicembre 2012 ) che permette di bloccare ogni richiesta, dal momento che è stato imposto per normativa il congelamento dei crediti antecedenti alla data della confisca.

Inoltre non bisogna dimenticare che nel procedimento di Liquidazione, l’Amministratore stava provvedendo a sanare posizioni arretrate di ex dipendenti (stipendi e Tfr), precedenti al suo stesso incarico.

Ovviamente ciò che è stato riportato, va riferito anche ai fornitori e subappaltatori che adesso, a seguito di questo “blocco”, sono rimasti anch’essi sospesi e che si sono mossi (almeno loro correttamente…) a richiedere quanto spettante per vie legali.

Vorrei inoltre ricordare che la società possiede crediti esigibili, attualmente bloccati presso SA e società private per centinaia di migliaia di euro e commesse estere da completarsi (per milioni di euro), che sono state sospese a causa della guerra presente in quei territori.

E’ necessario aggiungere le ultime vicende penali (basti leggere i Vs. articoli) che hanno dimostrato come la società In.Co.Ter. S.p.A., in questi anni, abbia subito danni e truffe finanziarie per centinaia di migliaia di euro e di cui ancora oggi – causa ritardi processuali – non è potuta rientrare in possesso di quelle somme spettanti.

A differenza di quanto viene solitamente evidenziato, mi riferisco a quelle giornate propagandate dai noti “paladini della legalità”, ciò che non viene mai riportato è che quella lotta, non colpisce esclusivamente l’illegalità… ma tutti coloro che con il proprio impegno cercano di salvaguardare i valori morali di giustizia e dignità e sono purtroppo questi, gli uomini “semplici”, che lo Stato non riesce a garantire e proteggere.

Nicola Costanzo

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Commenti

    Complimenti a questi amministratori che hanno messo in ginocchio tantissime aziende,io vittima di loro che dal 2013 aspetto un pagamento di due fatture

    Grande Nicola ti stimo per il coraggio anche perché purtroppo scrivi di una crudele realtà.

    Innanzitutto ringrazio LiveSicilia Catania per avermi permesso di esprimere le ragioni che mi hanno portato a scrivere una lettera aperta alla redazione.
    Inoltre, ringrazio tutti coloro che, attraverso le mie pagine social ed email, hanno voluto dimostrare la loro solidarietà nei miei confronti, sia perché direttamente coinvolti da quanto fatto emergere con la mia nota, che soprattutto, per essersi immedesimati in quel increscioso problema che sta coinvolgendo migliaia d’imprese nella nostra terra.
    Altresì noto come, quando si tratta di attaccare personaggi politici e/o imprenditori, che vengono coinvolti in inchieste di collusione con il malaffare, sono in molti ad adoperarsi per essere tra i primi della fila per poter scagliare quella pietra, attivandosi a realizzare commenti che il più delle volte definirli “feroci” è di per sé… una decurtazione; quando di contro – come nel caso da me evidenziato – si vanno a toccare i poteri “forti” prettamente istituzionali, si cade in quella staticità morale, nella quale non solo si nasconde la mano, ma la pietra… viene fatta cadere.
    Accusare le Istituzioni di interventi parziali e insufficienti e proporre una maggiore sensibilizzazione ad opera dei media, mette in evidenza una verità scomoda, quella di fare emergere problemi che si vorrebbero “contenere” da una diffusione incontrollata, evitando così, il proliferare della partecipazione attiva da parte di quegli onesti cittadini.
    Dopotutto qui da noi in Sicilia, i comportamento hanno dimostrato di essere suddivisi in due grandi gruppi: i primi, cercano in modo “omertoso” di stare lontano dai problemi (o di non affrontarli), per evitare di doverne restare coinvolti, mentre i secondi, criticano aspramente con le parole quanto avviene intorno a loro, ma successivamente con le proprie azioni, dimostrano di essersi adeguati, partecipano di conseguenza in maniera attiva, a quel sistema clientelare e corruttivo!
    Sono la rappresentano perfetta di quelle radici profonde che celano una “ricamata” ipocrisia, dove si vorrebbe che siano sempre gli altri a fare le battaglie, mentre loro seduti in quelle loro poltrone, stanno a osservare coloro che con le loro azioni, condizionano e verificano affinché nulla possa mutare…
    Contemporaneamente, mentre le Istituzioni si nascondono dietro inutili “espedienti” e i cittadini si blindano dietro abituali giustificazioni “non possiamo farci niente, non ci sono adeguate leggi, non cambierà mai nulla…”, nel frattempo, gli affari di quel sistema corruttivo legato a quella criminalità organizzata, continua in quella opera di persuasione e distruzione del nostro territorio…
    Nella vita ( diceva Rita Levi Montalcini ) non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella “zona grigia” in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi…

    Siamo d’accordo con Lei.
    Agli inizi degli anni ottanta, in pochi si resero conto che la mafia era già diventata sistema, proprio grazie al consenso che riscuoteva nella società e alla paura che sapeva incutere.
    Oggi dopo tanti anni questa consapevolezza è molto più diffusa, e sono troppi e tanti i politici, imprenditori e cittadini comuni che continuano a cercare la mafia, per farsi proteggere, per portare avanti i propri affari, per creare sempre nuovi canali di reciproca linfa economica.

    L’amara verità è che dietro l’adesione di tutti quei soggetti al sistema clientelare/mafioso non c’è affatto la paura di ritorsioni: forse molti anni fa era così… ma presto quelle “vittime” ora “associati”, hanno scoperto che potevano ricavare vantaggi dal essere partecipi a quelle situazioni. Questa nuova organizzazione criminale, opera in modo parallelo al interno della pubblica amministrazione, come se le venisse riconosciuto di fatto il ruolo di soggetto deputato alla gestione di attività e interessi pubblici, che invece spettano alle istituzioni.
    Oggi, intorno a quegli affari, vedono riunirsi non solo soggetti mafiosi, ma imprenditori, politi, professionisti e uomini delle istituzioni.
    In quel “patto del tavolino” siedono e s’incontrano tutti quei soggetti che con il proprio impegno portano al proprio interno, quelle proprie competenze e influenze, al fine di raggiungere quel obbiettivo comune.
    Perché lucrare oggi sulle risorse pubbliche è diventato sempre più difficile, grazie ai controlli delle amministrazioni e soprattutto alle indagini delle procure ed è per questi motivi che i metodi criminali si sono fatti via via sempre più sofisticati, entrando sempre più in quella logica di rete e interconnessioni, indefinita prospettiva ampliata che permette di superare quei meticolosi controlli, attraverso la frammentazione dei rischi e diversificando la possibilità di essere individuati personalmente.
    Così, il colore predominante (come riportava la Dott.ssa Montalcini) continua ad essere il grigio, quel colore indefinito nel quale tutti gli insospettati “paladini della legalità” s’incontrano per quello scambio reciproco d’interesse e statene certi che alla fine, quelle loro firme non mancheranno mai dal registro delle presenze.

    L’amara verità è che dietro l’adesione al sistema clientelare/mafioso non c’è affatto la paura di ritorsioni o meglio, forse molti anni fa era così… ma adesso quelle “vittime” hanno scoperto che potevano ricavare dei vantaggi dal essere attori protagonisti di quelle collusioni.
    La nuova “organizzazione” opera in modo parallelo al interno della pubblica amministrazione, quasi le fosse riconosciuto di fatto il ruolo di soggetto deputato alla gestione di attività e interessi pubblici che invece spettano alle istituzioni.
    Ora, intorno a quegli affari, vedono riunirsi non solo soggetti mafiosi, ma imprenditori, politici, professionisti e uomini delle istituzioni.
    In quel “patto del tavolino” siedono e s’incontrano ogni soggetto che col proprio impegno porta quelle proprie necessarie competenze, al fine di raggiungere l’obiettivo comune di tutti.
    Perché lucrare sulle risorse pubbliche è diventato sempre più difficile, grazie ai controlli metodici delle amministrazioni ed in particolare alle continue indagini della procura ed è per questi motivi che i metodi criminali si sono fatti via via sempre più sofisticati, entrando in quella logica di reti e connessioni, indefinita prospettiva estesa, che permette di superare i controlli, attraverso la frammentazione dei rischi diversificando la possibilità di essere colpiti individualmente.
    Così, il colore predominante, come diceva la “Montalcini”, continua ad essere il grigio, quel colore indefinito nel quale tutti quegli insospettati “paladini della legalità” s’incontrano per scambiarsi i reciproci interessi e statene certi che alla fine, le loro firme, non mancheranno mai dal registro delle presenze.

    La verità è tanto più difficile da sentire quanto più a lungo la si è taciuta!!!

    Egr. Direttore Tecnico, Le scrivo perché anch’io insieme ad altri colleghi stiamo vivendo in provincia di Palermo un’analoga circostanza.
    Solo nel mio paese, nove aziende su 10 confiscate alla mafia e gestite dagli amministratori, sono finite in liquidazione.
    Hanno, cioè, dichiarato fallimento perché incapaci di competere sul mercato e di resistere alle minacce e ai ricatti dei boss.
    È per colpa di tali cifre (e di una legge da correggere) che in Italia, vi sono migliaia di dipendenti che si ritrovano ad essere considerati di serie B perché vincolati ad una impresa di origine illegale, facendo in modo che non si attenui l’inquietante convinzione secondo cui «se c’è la mafia si lavora, se non c’è mafia si resta disoccupati».
    Alcune associazione di categoria e legalità insieme ad alcuni sindacati stanno raccogliendo firme per sollecitare una legge che azzeri le storture normative vigenti e la smetta – denunciano i promotori – «non solo di non aiutare gli imprenditori sani, ma addirittura di favorire i boss che, sfruttando i troppi cavilli disponibili, tentano di re-impossessarsi delle imprese confiscate o di far sì che vadano in malora».
    LA MAFIA VINCE SULLA LEGALITÀ: per ora, c’è da ammetterlo, stanno vincendo mafia, camorra, ‘ndrangheta., perché il problema non è solo Siciliano (dove la regione registra quasi il 40% delle aziende sequestrate), ma Campano (con il 20%), Calabriese (con il 9%), Laziale (con l’8%), ma anche in nord Italia Lombardia vi è una percentuale delle imprese mafiose (già individuate) che si aggira intorno al 12%.
    La direzione nazionale anti-mafia ha calcolato che il fatturato criminale in Italia ammonta a 200 miliardi di euro l’anno, con utili netti che superano gli 80 miliardi, ed è pari a 60 miliardi di euro ogni anno il peso che la corruzione esercita sui costi della pubblica amministrazione.
    Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha correttamente fatto notare come «Tra il sequestro di un’impresa mafiosa e la sua confisca trascorre un lasso di tempo che in media è di otto anni: quale azienda, ferma per tanto tempo, non finirebbe fuori mercato?».
    Il fenomeno sta dilagando: dal 2007 ad oggi il numero delle aziende confiscate alla criminalità è aumentato del 70%, inserendosi in settori quali il terziario (45%), l’edilizia (27%) e l’agroalimentare (l’8%).
    Ancora oggi non si è compreso come, intoppi burocratici e lentezze giudiziarie, costituiscono gli ostacoli lungo il cammino della legalità: servirebbero procedure efficienti, snelle e veloci da contrapporre a una malavita che in questi anni è diventata iper-manageriale e tecnologicamente all’avanguardia.

    Caro Orazio,
    per prima cosa, La ringrazio per la solidarietà dimostrata; almeno Lei da Palermo ha avuto quel sentimento “autentico e leale ” di scrivermi una nota… a differenza invece di molti miei concittadini che hanno preferito – sulla pagina di questa testata – attuare quella regola del “silenzio”…
    Mi dispiace dover leggere che Lei insieme ai suoi colleghi stiate vivendo un’esperienza analoga a quella del sottoscritto, ma purtroppo quanto sta accadendo, rappresenta perfettamente l’attuale realtà per tutte quelle aziende, che come le nostre, stanno attraversando quel periodo di gestione amministrativa, a seguito dei provvedimenti giudiziari interdittivi.
    In questi anni, ho dovuto sentito – anche purtroppo da alcuni esponenti di associazioni sindacali – che imprese come la nostra “vivevano e campavano solo perché erano imprese mafiose ed ora che sono fuori da quel circuito non lavorano più…”.
    Ed anche -in alcuni convegni d’associazioni per la legalità- che queste imprese, avevano capacità di esistere, in quanto basavano la loro capacità di crescita, grazie alle competenze professionali degli ex datori di lavoro (ora interdetti) i quali, secondo quegli interlocutori, , possedevano quelle necessarie capacità imprenditoriali, che con il provvedimento giuridico sono venuti a mancare.
    Vede, quando si trattano certi argomenti, sarebbe opportuno da parte del Tribunale, conoscere non soltanto quanto viene loro riportato dai collaboratori preposti, ma valutare se nel contempo quegli stessi uomini, stanno realizzando quanto dichiarano e soprattutto, se si stanno salvaguardando i dipendenti onesti, con cui quotidianamente collaborano.
    Sento dire ovunque, che “la Mafia va sconfitta soprattutto, attraverso un’attenta gestione dei beni confiscati“ ma se poi questa gestione è stata – vedasi difatti quanto accaduto proprio nel Tribunale della sua Città: Giudice Saguto & Co. – affidata a soggetti “corrotti” e raccomandati (per non voler aggiungere il più delle volte incompetenti e deboli), capisce perfettamente come la fine di queste imprese sia solo una questione di tempo.
    Sono dell’opinione che nel momento in cui questi soggetti s’insediano, dovrebbero impostare, una netta linea di demarcazione, facendo sin da subito far comprendere quale sia il loro ruolo e soprattutto chiarire i motivi della loro presenza.
    Inoltre è’ fondamentale che quei soggetti nominati, compiano in tempi celeri, tutti quegli interventi necessari e fondamentali per il proseguo dell’attività imprenditoriale e mai per estendere, tempi e modalità, che hanno quale unico fine, quello di prolungare a tempo indeterminato il proprio mandato, ampliando così facendo, per fini personali, il proprio compenso economico.
    Egli infatti, dovrebbe essere in grado di gestire tutte le commesse in corso, effettuare quelle scelte operative ed economiche, che possano garantire la continuità aziendale, ma soprattutto garantire ai dipendenti in forza il proprio posto di lavoro.
    Le “Istituzioni“ devono saper dimostrare la propria forza mettendoci il massimo impegno, nel sapere “potare“ i rami secchi e dando così quel segnale vigoroso che attraverso i propri uomini ed il sostegno dei dipendenti onesti, si può giungere in pari modo, ad eliminare definitivamente, quell’infame giudizio da Lei riportato e direi tanto ripetuto purtroppo qui da noi in Sicilia, che “ soltanto grazie alla mafia si può lavorare…”.
    Alcuni mesi fa ho letto che la nostra città di Catania, a breve sarebbe diventata Sede di una filiale dell’Agenzia dei Beni Confiscati e mi ero chiesto allora, se ora quegli uomini chiamati a far parte di quella struttura, fossero gli stessi fin qui’ utilizzati e cioè, appartenenti alla casta del “club dei raccomandati” in cui vengono solitamente inseriti i soliti figli di papa, generi e parenti vari, ed allora ho pensato che ci fosse poco da festeggiare.
    Sento dire che tutto l’Apparato dei beni confiscati è sottodimensionato; ma vede il problema non dipende dalla “quantità” delle persona, ma dalla loro “qualità” e cioè da quella selezione che andrebbe fatta a monte, prima cioè di inserirli in quell’organico; molti tra loro, non possiedono non solo quelle necessarie competenze professionali ma soprattutto mancano di quelle capacità “intuitive”, in quanto, avendo sempre operato al di dentro della legalità… non hanno l’acutezza d’intuire “oltre”, cioè d’individuare sin da subito, quali meccanismi “fuorvianti “ si stanno realizzando dietro proprio le loro spalle.
    Basti vedere come, in questi anni, la gestione dei beni confiscati o sequestrati, non abbia avuto alcuna logica di gestione, neanche quella minima capacità, di conservazione e di mantenimento del proprio valore, che oltre ad essere andato in svalutazione è stato distrutto da azioni, volontarie e arbitrarie, da parte di quegli stessi amministratori.
    Certamente, non possiamo che dare meriti, su quanto fatto finora dalle procure in genere in particolare da quella di Catania, nella individuazione dei beni da sequestrare e nelle azioni di contrasto alla criminalità organizzata, ma quanto poi, si è concretizzato della loro gestione, ecco questa è tutt’altra storia.
    Ancora peggio quando il sequestro e/o confisca ha riguardato più aziende legate allo stesso gruppo (come per esempio il nostro), ecco che allora, i provvedimenti giudiziari, hanno fatto sì che queste venissero smembrate, con aumenti di costi di gestione avendo dovuto inserire per ciascuna un Amministratore nominato, che invece di dimostrarsi collaborativi, hanno in modo del tutto arbitrario le società loro affidate, tentando – principalmente – d’incamerare immediatamente dalle altre società ( legate prima dei provvedimenti tra loro allo stesso gruppo ) i propri crediti posti a bilancio ( chissà forse più per garantirsi il proprio compenso ), senza previa valutazione, se tali richieste fossero legittime…
    Vede, alcuni anni fa ho deciso (dopo aver trascorso tanti anni fuori), di rientrare nuovamente in Sicilia… la mia terra; mi mancava questa natura, il mare, questo clima, l’Etna, ma soprattutto mi mancava il contatto umano dei miei conterranei…
    Quel contatto umano che ho ritrovato anche nella sua città quando a cavallo di due anni – 2010-2011- siamo intervenuto nel raddoppio ferroviario della S.I.S. SCPA; anni passati tra la gente del Brancaccio, Oreto, Noce, Politeama, Malaspina, Libertà, Notarbartolo, fino a giungere a Mondello e Sferracavallo…
    Lì ho avuto il piacere di conoscere tanti nuovi amici e con molti di loro sono rimasto in contatto; in quegli anni ho scoperto come i problemi della mia provincia fossero gli stessi della Sua e di tutte le altre: disoccupazione, precarietà, mancanza di nuove infrastrutture e quelle esistenti ormai in fase di collasso, tasso di povertà che ha raggiunto cifre record, un’edilizia distrutta (anche a seguito di quei provvedimenti giuridici – sicuramente legittimi – di cui sopra), industrie scomparse, commercio, agro-alimentari, turismo, da anni in completo abbandono e con una sempre più riduzione di sbocchi nei mercati esteri, nessun investimento e potrei continuare all’infinito…
    Ecco è vedendo quanto sopra che capisco cosa intende quando riporta: LA MAFIA VINCE SULLA LEGALITÀ!!!
    Ma fintanto che ci siamo noi, semplici persone perbene… questa vittoria non sarà mai scontata e come diceva Abramo Lincoln, caro Orazio… chiunque tu sia, sii sempre una persona per bene!!!
    Grazie di cuore e i miei migliori auguri a Lei e ai suoi colleghi…

    Abbiamo purtroppo un potere irresponsabile che opera solo per mantenere un pseudovalore chiamato legalità.
    Ma Legalità non è giustizia!
    Questo irresponsabile potere non guarda nemmeno gli effetti sociali ed economici che produce, controlla solo la conformità al dettato, obbedisce soltanto alla legge!
    Se poi questa è una madornale esagerazione, poco importa, bisogna obbedire al loro potere perchè così è scritto!
    E va bene che la catastrofe può avere più di una spiegazione: l’azienda mafiosa dopotutto sta a galla più facilmente, perché non rispetta le regole, paga in nero, intimidisce i concorrenti, soggioga i clienti. Tutte armi che lo Stato non possiede.
    Ma gli addetti ai lavori sanno bene che dietro alla catastrofe dei beni c’è anche un colossale problema di inefficienza dello Stato, che si è assunto un dovere che non è in grado di compiere, a partire dai livelli più alti.
    Il Codice antimafia varato nel 2011 prevedeva che venisse creato un albo nazionale degli amministratori giudiziari, i professionisti incaricati di gestire le aziende confiscate: sono passati cinque anni e l’albo ancora non c’è.
    Il governo inoltre aveva promesso il varo di una tabella nazionale dei compensi da pagare agli amministratori: non si è vista neppure questa, col risultato che ogni tribunale si regola a modo suo, e a mandare avanti (e più spesso ad affossare) le aziende sono commercialisti pagati a volte cifre spropositate.
    Anche sui criteri di scelta ci sarebbe da discutere e non sono poche le volte che si scopre come gli amministratori inviati dal tribunale continuavano a trescare con i vecchi proprietari.
    Ci sono tre modi in cui lo Stato interviene per colpire gli interessi economici del crimine:
    Il primo, il più semplice, è l’interdittiva antimafia spiccata dalle prefetture, che non decapita le aziende ma si limita a bloccare i loro appalti pubblici: spesso è più che sufficiente per affossarle!
    Poi c’è il sequestro disposto dai pm durante le inchieste.
    Infine, ed è lo strumento più usato, il provvedimento delle cosiddette «misure di prevenzione», che può scattare a prescindere dall’esistenza di un’inchiesta penale, sulla base di un semplice sospetto, o anche se il processo penale è finito in nulla. Il provvedimento ha una durata massima di diciotto mesi, quanto basta per disintegrare qualunque azienda, ed è inappellabile.
    Così, tra inchieste serie e chiacchiere da bar, l’elenco delle aziende inghiottite e distrutte in nome dell’antimafia cresce giorno per giorno. Fare i conti di questo disastroso business è quasi impossibile.
    Secondo le stime più caute, il valore totale dei beni confiscati è intorno ai dieci miliardi di euro, ma la Commissione Antimafia parla di un totale superiore ai trenta miliardi. Una parte di questo colossale patrimonio è costituito da beni immobili, che hanno il pregio di essere poco deperibili, e di poter essere dati in affido a associazioni antimafia o usate per alloggiare uffici istituzionali o militari.
    Ma la fetta più grossa è quella delle attività imprenditoriali, ed è qui che lo Stato-manager fa i danni peggiori!
    Dal momento della confisca di primo grado, i beni vengono presi in mano dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati che dovrebbe cercare di evitare la dissipazione dei beni sequestrati, ma non è così, perchè nel frattempo la distruzione va avanti lo stesso.
    Gli amministratori giudiziari vengono pagati profumatamente, qualunque siano i danni che producono, perchè la verità è che «fare l’amministratore dei beni confiscati è un business ambito. Si fanno un sacco di amicizie, non si rischia niente e si guadagna bene».

    Cosa dirle nel mio blog omonimo (nicolacostanzo.it) ho pubblicato questa mattina un post dove, oltre quanto da Lei correttamente riportato, comprovo come si sia proceduto – da parte delle Istituzioni – con “due pesi e due misure”.
    Basti osservare quanto Lei riporta e cioè che il provvedimento dovrebbe avere una durata massima di diciotto mesi!!!
    Bene… anzi male, la Società In.Co.Ter nella quale opero è da SEI anni che attende la sentenza e nel frattempo è giunta in liquidazione e a breve forse anche… il fallimento!!!
    Di tutto questo chi dobbiamo ringraziare…
    Cosa dirle, sul piano personale e professionale mi sento avvilito per quanto ho assistito, ma sono ancora determinato a combattere sul campo, perché nella mia vita la parola “abbattersi” non ha mai fatto parte del “mio” vocabolario e se qualcuno si è convinto che su questa vicenda calerà il silenzio, sarà la volta buona che mi farà aiutare da qualche amico affinché quanto accaduto, possa emergere!!!
    Sono stanco dei muri di gomme o dei mulini a vento, voglio contrastare quell’ipocrita omertà velata che fa sì affinché tutto resti invariato “contenuto” all’interno di quelle quattro mura…
    Non ha più importanza come andrà a finire o se dovrò nuovamente andare via da questa terra, almeno potrò dire di averci provato a cambiare questo stato di cose…
    Perché è giusto che ognuno di noi faccia la propria parte, come in egual maniera lo Stato… deve fare la propria!

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