La mafia a Randazzo e il processo Terra Bruciata: 12 condanne

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Catania mafia sentenza
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Inflitti in tutto 105 anni di reclusione
IL VERDETTO
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2 min di lettura

RANDAZZO – Dodici condanne per un totale di 105 anni di reclusione. Si è chiuso così, con il verdetto pronunciato dal gup Stefano Montoneri, il processo Terra Bruciata, dal nome dell’operazione dei carabinieri e della Dda di Catania che ha sgominato il gruppo dei Sangani, una delle cosche che storicamente comandano a Randazzo sotto il potere del clan Laudani. Prende 20 anni uno dei fedelissimi della famiglia, Samuele Portale. 12 anni a Marco Portale, 10 anni Salvatore Bonfiglio, 2 anni e 4 mesi 12 mila euro di multa Christian Cantali.

Francesco Gullotto è stato condannato a 10 anni, Antonino Lupica Tonno a 5 anni 4 mesi e 24 mila euro di multa. E ancora, 20 anni a Pietro Pagano, 10 anni a Fabrizio Rosta e Giuseppe Sciavarello, 2 anni 8 mesi 10 mila euro di multa per Francesco Rapisarda. Prende 1 anno 8 mesi Leonardo La Rosa e 1 anno 10 mesi Nunzio Urzì.

I Santapaola-Ercolano

Un processo da cui è emersa la presenza fortissima della mafia a Randazzo, storie di imprese nella morsa del racket, vagonate di droga in giro per le strade e l’imposizione di un potere sanguinario, opprimente e iniquo. Cosa Nostra qui segue un modello che i Santapaola-Ercolano hanno esportato in mezza Sicilia. Un cliché, quasi una specie di franchising criminale, che non muta di una virgola se ti trovi a Randazzo o a Barrafranca, nel centro di Catania o a Misterbianco. E non cambia nulla, ovviamente, se il referente diretto non si chiama Santapaola ma Laudani.

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Il clan Sangani è uno dei gruppi che storicamente comandano in città. Secondo gli inquirenti, in pratica, vista la prolungata detenzione di Oliviero Sangani, a comandare sarebbe stato suo fratello Salvatore, uscito dal carcere nel 2008, con i due figli Francesco e Michael, e con l’aiuto del nipote trentaquattrenne Samuele Portale. I Sangani sono processati a parte.

Il potere in paese

Turi Sangani, in sostanza, sarebbe divenuto il capo, assumendo un ruolo importante, in grado di fargli sentire addosso i ranghi del capo e pretendere obbedienza. Come dice durante le intercettazioni: “Io non mi devo bisticciare con nessuno… si fa come dico io e basta!”. Qui il gruppo utilizzerebbe il metodo mafioso per commettere “una serie indeterminata di delitti contro la persona e il patrimonio (tentati omicidi, estorsioni, minacce, danneggiamenti)”. L’accusa è stata sostenuta dalla Dda, dal Pm Assunta Musella e dal procuratore aggiunto Ignazio Fonzo.


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