CATANIA – Il passo falso è stato acquistare in provincia di Catania alcuni telefoni satellitari e le relative schede prepagate. La Procura etnea e gli investigatori del Gico e dello Scico della Guardia di Finanza, nel 2014, hanno alzato le antenne ed hanno iniziato a indagare sul maltese Darren Debono che operava per conto delle società maltesi Adj Swordfish Ltd, Andrea Martina Ltd, World Water Fisheries Ltd dedite al commercio di prodotti ittici che avevano nella loro disponibilità piccole navi cisterna adibite al trasporto di carburanti e prodotti petroliferi. Partite le intercettazioni telefoniche e ambientali la Guardia di Finanza è riuscita a individuare i trafficanti di petrolio, a ricostruire il sistema criminale, a localizzare le navi usate e a provare la provenienza libica del gasolio che arrivava nei porti commerciali italiani. Risultati investigativi che hanno portato al blitz di ieri.
IL TRASPORTO DELL’ORO NERO – La strategia utilizzata per il riciclaggio dei carburanti era quella di occultare la provenienza illecita del petrolio attraverso la mediazione delle società maltesi e di predisporre false documentazioni doganali e commerciali. La figura chiave in Libia – secondo gli investigatori – è Fahmi Ben Khalifa (alias “il malem”, il capo) che poteva contare sulla protezione delle milizie armate e dei legami con alcuni funzionari dell’ente governativo titolare del monopolio sulla commercializzazione del greggio (National Oil Company). Delle sue “capacità” criminali parla il manager Marco Porta in una intercettazione: “… questo libico no… tale Fahmi… sembrerebbe essere uno che c’ha tutta una gran serie di business no ..omissis… eh gestisce anche un gruppo armato diciamo, di sicurezza… che è uno dei due che quando scrive sul rapporto dell’Onu… E quindi, sostanzialmente aveva questa milizia per proteggere la raffineria di Zawiyah…“ Il gasolio proveniente – appunto – dalla raffineria di Zawyia veniva trasportato sino al porto di Abu Kammash e veniva caricato a bordo di navi appositamente modificate. Il trasbordo (operazione ship to ship) sulle navi cisterna avveniva in prossimità delle acque territoriali maltesi. Le imbarcazioni approdavano nei vari porti di Augusta, Civitavecchia, Venezia Porto Marghera. Il prodotto, poi, veniva portato nei depositi doganali della Maxcom Bunker spa, di cui è amministratore delegato Marco Porta. E qui il petrolio veniva “nazionalizzato”, scrivono gli inquirenti negli atti dell’inchiesta Dirty Oil.
IL MANAGER CRIMINALE – L’amministratore delegato Porta è indicato dagli inquirenti catanesi come il promotore del sodalizio criminale transnazionale, in cui erano coinvolti diversi collaboratori e dipendenti del gruppo. Porta è anche il presidente del Cda della Maxcom Petroli Spa. Società che si è intestata le ingenti importazioni di prodotti energetici eseguite dalla controllata Maxcom Bunker. Quest’ultima spa attraverso le mediazioni illecite riusciva ad acquistare a un prezzo inferiore il greggio che poi veniva immesso nel mercato italiano ed europeo. I pagamenti avvenivano attraverso operazioni bancarie verso società di comodo con sede in Tunisia. In questa fase della strategia criminale spicca il ruolo di mediatore di Tarek Dardar, che faceva confluire il denaro sui conti correnti in Libia e negli Emirati Arabi Uniti. Il denaro quindi finiva nella disponibilità di Ben Khalifa e degli altri indagati.
I SUMMIT – L’intermediazione illecita avveniva attraverso operazioni commerciali in cui erano protagoniste le società maltesi, riconducibili ad alcuni degli indagati dell’operazione “Dirty Oil” scattata ieri. Tra questi i due maltesi Darren e Gordon Debono e il catanese Orazio Nicola Romeo. I tre, insieme a Rodrick Grech disponevano le navi cisterna e i cargo, battenti diverse bandiere e assicuravano la copertura delle provenienza illecita del greggio. In particolare i Debono e Romeo organizzavano e partecipavano a dei veri e propri summit con Porta, e si recavano personalmente in Libia per incontrare Ben Khalifa e presiedere alle operazioni di trafugamento e carico del gasolio.
IL RUOLO CRIMINALE DI ROMEO – La figura e il ruolo del catanese Romeo non è da sottovalutare. La sua caratura criminale si evince anche dal suo passato giudiziario non proprio limpido. Nel 2008 Romeo è stato denunciato dalla Squadra Mobile per i reati di associazione mafiosa. Era ritenuto coinvolto negli affari criminali dei Santapaola-Ercolano, in particolare per i gruppi dei quartieri “Civita”, della “Stazione”, del Villaggio Sant’Agata”, che avrebbero operato nelle zone di Acireale ed Aci Catena. Non a caso, infatti, Romeo è stato arrestato nella villa super lusso nella frazione acese a Santa Maria degli Ammalati. Di lui parla anche il collaboratore di giustizia Giuseppe Scollo. Uno stralcio delle sue dichiarazioni è riportato nelle conclusioni dell’ordinanza firmata dal Gip Carlo Cannella. L’ex boss di Lineri della famiglia Santapaola, in un verbale del marzo 2015, riconosce Romeo in una foto che gli viene mostrata dai magistrati e lo indica come soggetto fidato degli Ercolano, in particolare di Mario Ercolano. Inoltre Nicola, su richiesta di Nino Santapaola (il fratello di Nitto), avrebbe chiesto a Scollo di occuparsi dell’estorsione di un bar a Misterbianco, che aveva già ricevuto richieste di pizzo dai Tuppi, ovvero il clan Nicotra. Ma è Marco Porta, intercettato in auto mentre conversa con Rossana La Duca (una delle indagate dell’inchiesta), a evidenziare lo spessore criminale di Romeo, che sarebbe legato a figure di spicco della criminalità locale catanese. “Quello ha gli amici giusti…- afferma Porta- quelli dell’amico mio Enzuccio, quella è la mala vera, quella giusta. La mala, quella giusta, quella che non lo tocca nessuno, c’è la mala che si può toccare in Sicilia e la mala che non si può toccare”. Nonostante questi elementi il Gip ha escluso l’aggravante mafiosa che era stata chiesta dai pm. Secondo il giudice manca “un sia pure flebile elemento che lasci supporre che lo stesso Romeo avesse operato per agevolare l’organizzazione Santapaola-Ercolano”.

