La scuola a un passo dal caos|Caro professore, ora tocca a te - Live Sicilia

La scuola a un passo dal caos|Caro professore, ora tocca a te

Gli istituti alle prese con le difficoltà della riapertura. Ma c'è un problema più grande
CORONAVIRUS
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Forse furono più fortunati quelli che, a prescindere dalla pandemia in corso, frequentarono la scuola tanti anni fa, quando era ancora ‘la scuola’ nel sentimento collettivo di una nazione, non una specie di arnese di cui non sappiamo cosa fare, perché non consideriamo più cultura e istruzione elementi necessari del nostro mondo. Ed è una latitanza che riguarda tutti: professori e studenti sono soprattutto i destinatari dello sfascio.

Quando la scuola era la scuola

Era, quella, una scuola con molte pecche. Confessionale, retorica, nelle sue movenze ideologiche imitava i vezzi deamicisiani di ‘Cuore’. Ma chi le apparteneva sentiva di riconoscersi in una comunità, fin da bambino. Anche la ‘preghierina’ della prima campanella alle elementari era un viatico che riscaldava le anime dei bimbi sperduti, sottratti a un letto accogliente, nella splendida e acuminata avventura dell’infanzia.

Il professore era il perno dell’istituzione che arricchiva materialmente con la sua esperienza (o la impoveriva, quante occasioni mancate…). Si muoveva non già da avvilito esecutore di pratiche decise in una stanza ministeriale, tra burocrazia e algoritmo. Aveva uno spazio da riempire con la sua anima e le sue parole. E, se sapeva riempirlo, diventava indimenticabile. Infatti, gli studenti di allora, non hanno mai dimenticato. Ancora coltivano la memoria di insegnanti mitici che, da discreti ma incisivi maestri, li spinsero a salire sui banchi per decollare verso la vita, come avviene nella più bella scena di un a sua volta indimenticabile film.

Scuole o discoteche?

Quanto la scuola sia considerata marginale, oggi, è raccontato dalle reazioni, in giorni gravidi di necessaria preoccupazione per il Coronavirus. C’è stato un dibattito caotico, di cui la politica si è subito appropriata per regolare i suoi conti. Ci sono, certo, aspetti concreti e importantissimi da verificare, sapendo che si procederà con un lume acceso nel buio, scrutando di volta in volta il panorama dato.

Ma, la discussione si è subito adagiata sul refrain della contrapposizione tra fazioni nemiche. Perfino le comunicazioni social, tra genitori legittimamente preoccupati, docenti in allarme e partecipanti a vario titolo, hanno riguardato gli sfottò sui banchi a rotelle, il timore che molto si disperda in fumo, la paura di un passo indietro, ma con un’abbondanza di stati emotivi che hanno lasciato da parte il nocciolo del problema: che cos’è la scuola? A che serve? E la risposta non è così scontata come ci piacerebbe che fosse.

E’ apparso molto più appassionante dividersi sulle discoteche: in un momento del genere, sono un fatto non secondario. Tuttavia, l’andamento del discorso, nel secondo caso, ha interessato di più. Con il dovuto rispetto per chicchessia: un Paese che ragiona male di scuola e si infiamma per la discoteca, talvolta eleggendo come criterio dominante la facoltà di non occuparsi del prossimo e di praticare l’egoismo, che futuro potrà mai avere?

‘Capitano mio capitano’

In tempi normali, ma specialmente in questi tempi, la scuola, invece, rimane uno dei problemi centrali, proprio perché si avverte il bisogno di una presenza nel territorio che sia un punto di riferimento per i giovani e per le famiglie: non soltanto impegnata nei suoi compiti in un significato ristretto, piuttosto da indicatore di una capacità di ripresa, di superamento degli ostacoli e presidio della formazione di persone che, mentre si formano, dovranno affrontare gli interrogativi eccezionali di una esperienza straordinaria. A questo serve la scuola adesso. E, in fondo, è per questo che, con qualunque scenario, è stata inventata: per fornire gli strumenti critici della crescita.

E qui toccherà a te, caro prof, anche tu alle prese con i timori altrettanto legittimi, con i tentennamenti e con i dubbi, con comportamenti che, nelle loro singole fisionomie e fragilità, rimangono soggettivamente insindacabili e oggettivamente valutabili. E che – parrebbe – offrono, almeno nella narrazione che è stata proposta, l’immagine di un certo smarrimento.

Oggi più che mai sarai tu, professore, a salvare la scuola, se vorrai provarci come un eroe omerico in condizioni avverse, sperando che il cammino non incontri brusche retromarce. Con la tua voce autorevole in grado di discernere il falso dal vero o dal verosimile, prof. Con il tuo impegno, nonostante tutto: la migliore risposta sul valore di una comunità.

Chi ti starà ad ascoltare, dato il contesto, saggiamente non salirà sui banchi per gridarti ‘Capitano mio capitano’, come se tu fossi il poetico John Keating de ‘L’attimo fuggente’. Ma le piccole donne e i piccoli uomini che incontrerai, per anni che andranno anche oltre la tua vita, saranno grati del tuo esserci stato, in un’epoca di brutta politica, di ignoranza, di malafede. E non ti scorderanno più.


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Commenti

    Il professore dovrebbe essere il perno della scuola come da lei descritta. Ma se oggi un professore fa il “capitano” come il personaggio del film a cui lei fa riferimento, troverà sempre due o tre genitori che lo accuseranno di aver messo a repentaglio la serenità della prole, un preside ignavo che se la farà addosso perchè il cliente ha sempre ragione e qualche alunno che lo riprenderà col telefonino per fare fare magari un bel dibattito pubblico sui social sul tema “quanto è idiota la prof”.

    I banchi con le rotelle….. aule autoscontro… “pinsata” geniale di chi non ha idee.

    Grazie per questa boccata d’aria fresca.

    Mi creda i prof. Stanchi, mal pagati e poco considerati si sono rotte le scatole!

    Si sono rotte pure le scatole degli artigiani, dei commercianti dei muratori, dei lavoratori delle industri e delle aziende private, e di altri milioni di persone che aspettano di lavorare, quando osservano le lamentele di una categoria che lavora 6 mesi l’anno, la cui settimana lavorativa dura metà della loro, che percepisce uno stipendio più alto del loro e il cui unico problema reale è che vengono rispettati molto meno di prima, essendo questo fenomeno, (bruttissimo da osservare), da correggere immediatamente. Più rispetto per i professori, si.

    Caro Roberto,
    noi figli di insegnanti siamo stati educati al rispetto (direi meglio all’amore) per i valori più veri e più antichi della Scuola. A cominciare dalla complementarietà con il ruolo della Famiglia e del rinnovo quotidiano dell’alleanza con gli insegnanti nell’interesse stesso dell’allievo e futuro cittadino. Per questo apprezzo moltissimo il tuo intervento odierno e mi ritrovo, oggi più che mai, nel tuo disorientato e nostalgico quadro. Un solo appunto: proprio poiché tu parli di un’idea, anzi di un ideale, di scuola nel testo avrei utilizzato l’iniziale maiuscola (Scuola). Errore veniale. In altri tempi la mia bellissima Professoressa di Italiano (Laura), avrebbe usato la parte blu della sua matita bicolore. Chissà se esistono ancora le matite rosse e blu…. Buona domenica.

    Qualcuno che parla de lavoro dei docenti forse non è mai andato a scuola e poi si sa che più si è ignoranti più si disprezza chi cerca di trasmettere il sapere.

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