L'affare delle slot machine, il boss: "Qua mi deve dare i soldi"

L’affare delle slot machine, il boss: “Qua mi deve dare i soldi”

La cellula mafiosa di Mascalucia del clan Santapaola-Ercolano
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CATANIA – La mafia è quel cancro che avvelena il tessuto economico. Che inquina il libero mercato, la libera concorrenza, la libera iniziativa imprenditoriale. La mafia soffoca e fa morire tutto quello che tocca. A Mascalucia il gruppo santapaoliano dei Puglisi pretendeva di avere il controllo di ogni attività: per poter aprire un qualsiasi esercizio commerciale avrebbe dovuto avere prima l’autorizzazione e poi pagare il pizzo. 

La consigliera del boss

È questo che emerge leggendo l’ordinanza del Riesame che ha portato in carcere la moglie di Pietro Puglisi, Lucia Pulvirenti. Denominata “l’ambasciatrice del clan”. Ma anche in qualche modo la “consigliera” del figlio Salvatore Puglisi, il reggente operativo fino al suo arresto nella cittadina alle falde dell’Etna.

L’affare delle slot machine

Le slot machine sono affari che interessano molto la criminalità organizzata. E i boss di Mascalucia non sono da meno. Salvatore Puglisi, il 19 dicembre 2017, racconta alla madre (figlia del defunto Giuseppe Pulvirenti ‘u Malpassotu) di un colloquio avuto con lo zio Salvatore Mazzaglia “in ordine alla vicenda delle slot machine e dell’imposizione fatta” a un imprenditore che intendeva “installare le apparecchiature a Mascalucia senza aver chiesto la loro autorizzazione”.

Le intercettazioni

Puglisi confida alla madre di aver detto al commerciante che – malgrado il suo legame con la famiglia Puntina (fondata dal boss ucciso Pippo Di Mauro, ndr) – avrebbe “potuto mettere le macchinette solo dietro pagamento del pizzo, viceversa le avrebbe dovuto toglie e mettere a Paternò”. “Ma vedi che… se non ci dà i soldi… toglie le macchinette e le mette a Paternò… se lui pensa altre… a me può fare solo piacere, ma qua mi deve dare i soldi”, racconta a Lucia Pulvirenti. Questo ha un solo nome. Si chiama minaccia.  


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