"L'animale, la mente, la sorella"| Ritratto 'mafioso' di famiglia - Live Sicilia

“L’animale, la mente, la sorella”| Ritratto ‘mafioso’ di famiglia

Il pentito Galatolo racconta dei fratelli Fontana e svela un violento retroscena inedito
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Dei Fontana Vito Galatolo conosce i segreti. Sono suoi parenti e hanno condiviso affari e potere. È normale che gli investigatori andassero ad interrogare il pentito dell’Acquasanta.

Gli affari

Ed ecco il ritratto di famiglia fornito dal collaboratore di giustizia su Gaetano, Giovanni e Rita Fontana, coinvolti nel maxi blitz della Dda di Palermo e dei finanzieri del Nucleo speciale di polizia valutaria a cui il nuovo numero del mensile S dedica un ampio approfondimento: “… è mio cugino Angelo figlio di Stefano… suo fratello Gaetano e Giovanni sono la stessa cosa nel senso hanno tutto in comune, gestiscono in comune… quando c’era pure suo padre pure… lui a Milano gestisce tutto a livello… economicamente a livello sugli orologi, brillanti compra vende, manda suo fratello a Palermo, fanno affari con altri gioiellieri… tutto denaro proveniente sia di estorsioni… tutto quello che c’è… macchinette… riciclano tutto… ma anche con hashish, quando c’è”.

L’animale

Poi riconosce in foto Giovanni: “Come si dice nel nostro… ex gergo mio, un animale a livello… a livello con le mani, cioè lui le persone con le mani le fa diventare un Cristo di pietà, poi non… ma tutto è il fratello…”.

La mente

Ma “la mente è il fratello Gaetano che li gestisce e gli fa fare tutto sto danno… lui ha ucciso il nipote di.. Onorato… Agostino.. prima con le mani poi gli ha sparato in testa, sparato però… c’ha tutto… quando lui scende a Palermo tremano tutti perché lo sanno che chi è che sbaglia paga…”. Galatolo fa riferimento ad un omicidio per cui Gaetano Fontana in passato è stato assolto. Lo zio Angelo è stato invece condannato all’ergastolo.

La sorella

Della sorella Rita Fontana sa molto meno perché non la vede da anni: “…non me la ricordo, quello che le posso dire che ha un fidanzato che poi forse è diventato forse il marito, che stu ragazzo faceva prima in una carnezzeria…poi gli hanno fatto aprire invece una gioielleria ma con i soldi dei Fontana, cioè da Stefano ai figli, però la gestisce Angelo, la gestisce Gaetano, loro la gestiscono.. Giovanni, la gestiscono loro.. è uno smercio là.. pure perché loro lavorano pure.. portano orologi cose rubate li portano in giro.. a Francoforte, in Germania… li fanno arrivare là per non avere più traccia diciamo…”

“Gli hanno tagliato la faccia”

In un successivo interrogatorio aggiunge un ulteriore dettaglio inedito che coinvolge altri mandamenti mafiosi: “Nel 2008, dopo gli arresti che videro coinvolti anche mio cugino Stefano e suo figlio Gaetano, tutte le attività illecite della famiglia (estorsioni, slot machines e traffico di droga) passarono nelle mani di Giovanni Fontana”.

Ad un certo punto esplode la violenza mafiosa: “Questo attivismo di Giovanni Fontana e del gruppo di ragazzi a lui facente capo aveva creato un forte malcontento negli esponenti ufficiali della famiglia mafiosa che si vedevano privati di tutti gli introiti economici del territorio e non avevano i mezzi per provvedere al mantenimento in carcere dei detenuti e delle loro famiglie”. Chi erano i “ragazzi” che facevano il lavoro sporco? “Erano suo cognato Mimmo Passarello, Giulio Biondo (figlio del bombolaro), Giovanni Ferrante e Salvatore De Lisi”.

Era un momento in cui, nonostante i Fontana siano sempre stati un potentato all’Acquasanta, si doveva tenere conto dei nuovi equilibri: “All’epoca reggente riconosciuto della famiglia dell’Arenella era Franco Lo Cicero e quello della famiglia dell’Acquasanta era Nino Di Giovanni. Entrambi erano stati combinati dall’architetto Liga e da Pippo Provenzano (il primo reggente della famiglia di San Lorenzo Tommaso Natale ed il secondo di Cardillo), come mi è stato riferito dallo stesso Nino Di Giovanni che è mio padrino di affiliazione”.

“In quel periodo Acquasanta e Arenella erano in ottimi rapporti con San Lorenzo e Tommaso Natale, ma anche col mandamento di Santa Maria di Gesù il cui reggente era Ino Corso – aggiunge Galatolo -. Quest’ultimo mise a disposizione di Nino Di Giovanni e di Franco Lo Cicero una squadra di uomini del suo mandamento con lo scopo di effettuare una o più spedizioni punitive nei confronti di Giovanni Fontana e del gruppo di ragazzi che si muovevano per lui”.

Dalle parole ai fatti: “Effettivamente seppi che questa spedizione punitiva vi fu ed ebbe ad oggetto proprio i ragazzi del gruppo a disposizione di Giovanni Fontana. Il commando era costituito da tutti gli uomini della famiglia di Santa Maria di Gesù ed in particolare lo stesso Ino Corso, suo fratello Giampaolo, Francesco Guercio, Rubino Guglielmo, Piero Pilo detto ‘il billy’, Peppuccio Lo Bocchiaro ed erano tutti armati perché il loro principale obbiettivo era proprio Giovanni Fontana, che sapevano muoversi normalmente armato”.

Non trovarono Fontana e “so che furono minacciati e malmenati Ferrante, Biondo e Mimmo Passarello. L’unico che si salvò fu Salvatore De Lisi, fratello di Tony (proprietario di un negozio di scarpe in Via Montalbo e cognato di Franco Cavallaro, uomo d’onore di Santa Maria di Gesù). Fu risparmiato proprio grazie all’intercessione di Franco Cavallaro che fu sollecitata da Tony De Lisi, suo cognato”.

La vendetta

Furono picchiati, ma restarono in silenzio: “All’epoca nessuno informò Giovanni Fontana di questo fatto per timore che lo stesso, essendo una testa calda potesse rovinarsi e andare ad uccidere Nino Di Giovanni o qualcuno a lui vicino. Dopo l’arresto di Nino Di Giovanni, avvenuto a giugno 2010, Fontana Giovanni fu informato da suo cognato Mimmo Passarello e decise di vendicarsi su Roberto, fratello di Nino Di Giovanni”.

Vendicarsi come? “Ho saputo che Giovanni Fontana e suo cognato Mimmo Passarello sono andati in una taverna in una zona detta ‘al Cristofalo’ e mentre Passarello lo teneva fermo, Fontana ha sfregiato con un coltello Roberto Di Giovanni lasciandogli un segno sul volto in relazione al quale quest’ultimo si sarebbe ricordato di lui ogniqualvolta si fosse specchiato”.

Il racconto di Galatolo trova un riscontro nelle parole di un altro boss intercettato Agostino matassa, arrestato alcuni anni fa nel blitz Apocalisse. Nel 2012 accennava ad un incontro che si sarebbe dovuto tenere con soggetti che avrebbero potuto fargli fare “…la stessa fine di… Roberto di Giovanni…”.


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