Sembrava convocata per una ricorrenza familiare, a metà tra il galà istituzionale e certe feste da bambini con abbondanza di libagioni infantili, tra brioscine e aranciata, quella varia e sciccosissima umanità immortalata nelle istantanee social e nelle cronache della seduta per l’elezione del presidente dell’Ars. Sembrava tutto pronto per la foto di gruppo della fiducia collettiva. Ecco il Parlamento che darà linfa alla Sicilia nei prossimi anni. Ecco la rinnovata classe dirigente che, con risorse e la progettualità vulcanica (ma senza Musumeci) toglierà agli isolani il peso della loro solitudine.
Ma già, tra un bicchiere e una brioscina, baluginavano lame metaforiche. Perché questo è (anche) la politica e giova non dimenticarlo mai: una sequela di pugnali, mascherati dietro i sorrisi. Ed è onesto riconoscere che la solenne proclamazione del bene comune si porta dietro carriere soggettive, interessi, ricerche di posti al sole, destinati a scontrarsi all’ultimo fendente.
Gianfranco Miccichè che ha tanti difetti, ma conserva il peso di una ruvida veracità, ha detto al nostro giornale parole che raccontano quel mondo con la precisione di una radiografia. Ha detto, infatti, il sincero e arrabbiato Micciché, riferendosi alle pratiche in corso: “Fosse per loro mi farebbero fuori anche fisicamente. Ma a me non mi ammazza nessuno. Io adesso so di quali persone posso conservare il numero di telefono”. E’ il grido di un giocatore, conscio delle regole spietate, che sta perdendo e che vorrebbe la rivincita.
In ogni caso, dopo le celebrazioni, il rito e le foto, aspettando la giunta, sarà opportuno concentrarsi sulla sostanza e rammentarla. Va bene la contesa ma fino a un certo punto. La Sicilia affamata non sopporterà una ‘razza padrona’, impegnata esclusivamente a farsi la forca e a dividersi le poltrone. E sarebbe sconfortante assistere a una stagione di scontri, nel nome dell’ambizione personale.
Servono soccorritori, sommozzatori e speleologi politici che traggano in salvo i troppi sommersi dalla crisi. Altrimenti, dovremo tristemente riconoscere, ancora una volta, che l’aristocrazia delle brioscine non ha a cuore le sorti del popolo, incatenato al suo pane duro. (Roberto Puglisi)

