Lettera al presidente Gentiloni | Il meglio e il peggio del suo governo

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Caro Presidente, venga a trovarci. Ma lasci a casa le perline colorate.

Caro Presidente Gentiloni,

Lei non è siciliano, dunque forse si meraviglierà di questa nostra missiva più o meno confidenziale. E’ che, perfino noi siciliani, abbiamo bisogno di un sorso di dignità e di sobrietà. Così, le scriviamo, per augurarle, nonostante tutto, buon lavoro.

Noi siamo la provincia di un impero sgangherato che non ha mai amato i suoi sudditi al di là dello Stretto, qualunque fosse la bandiera messa a sventolare sul pennone. Non siamo stati amati nemmeno da Matteo Renzi, che – quale dono di nozze – ci ha regalato la permanenza del presidente Rosario Crocetta, noto ovunque per le sue intemperanze e per i suoi disastri. Sarebbe bastato un gesto per liberarci, un atto politico giusto, conveniente, rispettoso. Non è stato compiuto. Eppure, il premier gigliato ha scorrazzato in lungo e in largo per la nostra ‘Sicilia Bedda’, quando si trattava di raccogliere i voti del suo referendum. Troppo tardi. Troppa fiction. La sconfitta è stata una conseguenza naturale di troppi inganni.

Dunque, buon lavoro, Presidente. Lei dovrà dimostrare di non essere il mero prestanome, il reggicoda del suo predecessore. E dovrà governare, ci auguriamo, con un piglio dimesso ed efficace, con un profilo lontano dagli annunci, dalle rottamazioni e dalle ordalie; come un onesto funzionario al servizio della comunità, non delle sue ambizioni personali. Se ci riuscirà, questa sarà già un’ottima notizia. E gliene daremo atto. Lei potrebbe essere davvero il ‘buono’, il meglio del suo governo. Poi c’è il cattivo, politicamente parlando, si capisce. C’è una processione di facce che autorizzano – ognuna – il più acuto pessimismo.

La faccia di Angelino Alfano, per esempio, in vacanza-premio agli Esteri, mentre il bubbone dell’immigrazione e dell’insicurezza, esplosi durante la sua esperienza da ministro dell’Interno, sono in piena deflagrazione. E Angelino che fa? Cambia scenario. Non gli piace mettere il ditino nell’acqua bollente accesa dal suo stesso fuoco: siano, piuttosto, gli altri a scottarsi. La faccia di Piercarlo Padoan che narra la trama di un debito pubblico alle stelle, le difficoltà delle banche per cui poco o niente è stato fatto: c’era il referendum, erano tutti allineati e coperti. La faccia di Marianna Madia, quella della riforma della Pubblica Amministrazione impallinata dalla Corte Costituzionale. Un papocchio, premiato dalla riconferma. La faccia di Maria Elena Boschi, infine. Certo, le battute sessiste, gli sfottò oltre il limite, le barzellette grevi che la stanno sommergendo sul web, sono cumuli di spazzatura e di indecenza che non meritano nemmeno un commento. Imbecilli a parte, Maria Elena disse: se vince il No mi ritiro. Invece è ancora lì, simbolo evidente di una rottamazione che non crede nemmeno in se stessa.

Basterebbero queste poche note, caro Presidente, per narrare il brutto e il buono del suo governo. Il meglio e il peggio.

Noi speriamo che tutto funzioni, da inguaribili sognatori, e che lei venga a trovarci al più presto, per toccare con mano la disperazione della nostra terra. Ma senza il sacco delle perline colorate. Quello, per favore, lo lasci a casa.

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