L'isolamento, le stragi, il dossier "mafia e appalti"

L’isolamento, le stragi, il dossier “mafia e appalti”: la verità da trovare

mafia e appalti
Nonostante la richiesta di archiviazione l'indagine continua

PALERMO – Il dossier “mafia e appalti” era e resta una delle possibili cause delle stragi di mafia del ’92. Ne è convinta la Procura di Caltanissetta. Un movente preciso che resiste anche di fronte alla richiesta di archiviazione di uno dei filoni delle indagini a carico di ignoti.

Il dossier “mafia e appalti”

L’istanza di archiviare il fascicolo è solo un fatto tecnico. Sia Giovanni Falcone che Paolo Borsellino avevano intuito che Cosa Nostra, attraverso imprese amiche, voleva partecipare al “banchetto” dei lavori pubblici: per questo sarebbero stati ammazzati e per questo l”indagine sulle infiltrazioni mafiose negli appalti sarebbero state insabbiate.

I pm di Caltanissetta hanno notificato la richiesta di archiviazione ai parenti delle vittime degli eccidi. Il tritolo dilaniò i corpi di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.

Il Gruppo Ferruzzi

La Procura di Massa Carrara aveva inviato ai colleghi di Palermo delle registrazioni che nel 1991 svelavano le infiltrazioni della mafia corleonese nel Gruppo Ferruzzi e l’avanzata nel ricco Nord della Cosa Nostra di Totò Riina. Già allora emergeva il ruolo dei fratelli Nino e Salvatore Buscemi e di Francesco Bonura, costruttori mafiosi palermitani, diventati i padroni della Imeg e della Sam, due imprese del gruppo di Raul Gardini. Era la genesi di “mafia e appalti”.

Il sostituto procuratore Augusto Lama a fine agosto del 1991 scrisse ai colleghi palermitani che nel giugno del 1992 però archiviarono il caso. “Normale rapporti commerciali”, fu la conclusione.

L’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco e gli ex pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento aggravato dall’aver favorito la mafia (il reato è prescritto, mentre Natoli risponde anche di calunnia), avrebbero fatto poco o nulla per accertare la verità.

I pm puntano il dito contro gli gli ex colleghi

I pm parlano di false indagini, piene di anomalie e puntano il dito contro gli ex colleghi. “Non diciamo che anche il magistrato migliore non possa fare errori – ha detto De Luca -. Il punto è che in tutta questa vicenda ci troviamo di fronte a pm di eccezionale livello professionale, ma tutti gli errori vanno nella stessa direzione e cioè verso l’impunità di Buscemi e dei vertici di Ferruzzi che operavano in Sicilia”.

L’indagine “apparente”

Il magistrato è arrivato a definire “apparente” l’inchiesta condotta da Natoli parlando di un fascicolo inspiegabilmente tenuto segreto anche ai vertici dell’ufficio inquirente, di deleghe inspiegabilmente assegnate alla Finanza e non al Ros, di intercettazioni ignorate che avrebbero potuto portare a importanti piste investigative, di bobine di intercettazioni smagnetizzate e di “patto implicito per non fare indagini”.

Non è finita, però, perché i magistrati lasciano spazio anche ad altre piste. Non escludono che dietro agli attentati ci fossero anche settori istituzionali deviati, massoneria e soggetti che avevano propri interessi alla eliminazione dei due giudici. Anche su questo le indagini andranno avanti.

“Mafia e appalti”, cosa diceva Falcone

D’altra parte era stato lo stesso Giovanni Falcone a dimostrare di credere sulle indagini su mafia e appalti che stava facendo insieme ai carabinieri del Ros, tanto che il 22 giugno 1990 davanti alla Commissione parlamentare antimafia disse: “Possiamo ritenere abbastanza fondato che c’è almeno nella Sicilia occidentale una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali sia a livello di strutture burocratiche sia a livello di alcuni amministratori”.

“Isolamento e sovraesposizione”

La procura di Caltanissetta ha individuato “con certezza due delle precondizioni che hanno concorso quali concause rispetto alla strage di via D’Amelio e cioè, l’isolamento all’interno dell’Ufficio di Palermo” di Falcone e Borsellino e “il notevole incremento della sovraesposizione dei medesimi a causa del modo in cui cosa nostra e alcuni settori del mondo politico e imprenditoriale percepivano l’operato del Procuratore Pietro Giammanco e del magistrato a lui più “vicino” (Giuseppe Pignatone), specie se paragonato all’atteggiamento giustamente rigoroso avuto nei confronti di detto ambiente prima da parte di Falcone e successivamente di Borsellino”.

Le ultime parole di Borsellino

Le parole pronunciate da Borsellino nell’atrio di Casa Professa, a Palermo, il 25 giugno 2992, accelerarono la strage di via D’Amelio. Era trascorso poco più di un mese dall’eccidio di Capaci, Borsellino “con lucida determinazione, affermò pubblicamente di essere su taluni aspetti, che avevano portato dapprima all’isolamento professionale di Falcone e poi alla sua tragica eliminazione, un testimone di vicende che avrebbe riferito direttamente alla competente autorità giudiziaria di Caltanissetta e di cui conseguentemente non poteva fare menzione nella assemblea”.

“Non è, dunque, azzardato ritenere – aggiungono i pm – che Borsellino fosse in quel momento non solo un magistrato che aveva svolto indagini di assoluta importanza nei confronti di Cosa nostra, ma soprattutto un autorevolissimo testimone, l’unico che sarebbe stato, probabilmente, in grado di rivelare elementi di fondamentale importanza per la ricostruzione della strage di Capaci o, quanto meno, per indirizzarne le indagini”.

Ecco perché la Procura nissena è convinta che“l’accelerazione della strage di via D’Amelio trovi la sua causa nella funzione specificamente preventiva della stessa, che si aggancia ovviamente alle funzioni retributive (vendetta) e destabilizzanti intese secondo il modo di pensare di Totò Riina (fare la guerra per poi fare la pace)”.

Il depistaggio

Dopo la strage entrarono in scena i depistatori: “Il depistaggio era, dunque, finalizzato a fornire una lettura minimalista delle causali, riducendole, in buona sostanza, ad una vendetta di Cosa nostra con la conseguente esclusione di interessi esterni all’associazione mafiosa nel determinismo causale della stessa. Ricondurre la strage di via D’Amelio, come per anni si è riusciti a fare grazie a questo colossale depistaggio, ad una operazione di vendetta di Cosa nostra, escludendo qualsiasi funzione preventivà della strage, non consentirebbe, però, di fornire alcuna logica spiegazione all’accelerazione che, senza dubbio, ci fu”, aggiunge la Procura.

“Si può, al contrario, affermare con certezza che il verificarsi della strage di via D’Amelio dopo soli 56 giorni dalla strage di Capaci non comportò alcun vantaggio per l’organizzazione mafiosa, ma solo l’adozione di provvedimenti legislativi (primo tra tutti la stabilizzazione del regime di cui all’art 41 bis) certamente negativi per Cosa nostra”, concludono.


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