Livatino giudice giusto, primo magistrato Beato nella della Chiesa

Livatino giudice giusto, primo magistrato Beato nella della Chiesa

Rigore e coerenza

di Enzo Quaratino (Ansa)
Rigore e coerenza da una parte, profonda umanità dall’altra: fu questo il servizio reso alla magistratura da Rosario Livatino, “il giudice ragazzino” ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica, proclamato tale il 9 maggio 2021 dopo che le autorità vaticane hanno giudicato quel delitto commesso anche “in odio alla fede” praticata dallo stesso Livatino.

Il ricordo di Mattarella

Un “autentico testimone dei valori della nostra Repubblica” lo ha definito oggi, in occasione dei 35 anni dall’omicidio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sottolineando che coltivare la memoria del giudice “significa ricordare l’impegno a cui tutti siamo chiamati per affermare istituzioni a servizio della dignità della persone, contro ogni forma di criminalità”.

Il ricordo della premier Meloni

Livatino è “un eroe che non piegò mai la testa” e che “ha messo legalità e giustizia davanti alla propria vita” ha aggiunto la premier Giorgia Meloni rivendicando come il governo da lei guidato “fin dal primo momento ha combattuto la mafia”.

Il ricordo di Nordio

Per il ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’esempio del giudice ammazzato dalla mafia, “un eroe e un santo, – lo definisce – sarà difficile da emulare”. Di “giudice giusto” parla la presidente della Commissione Antimafia Chiara Colosimo mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa fa notare che il suo ricordo “non è solo memoria ma costante richiamo all’impegno contro ogni forma di mafia”.

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La beatificazione di Livatino

La data scelta per la beatificazione di Livatino non fu casuale: nel 1993, proprio il 9 maggio, Giovanni Paolo II lanciò nella Valle dei Templi il suo anatema contro i mafiosi: “Convertitevi! una volta verra’ il giudizio di Dio!”. Quando Livatino, che aveva 38 anni, fu ucciso dalla mafia quasi non lo conosceva nessuno, ad eccezione dei suoi aguzzini: lavorava al Tribunale di Agrigento e trascorreva le sue giornate tra polverosi fascicoli, occupandosi prevalentemente di sequestri e confische di beni sottratti ai mafiosi.

L’agguato

Questo valse la sua condanna a morte: i sicari, quattro dei quali poi condannati all’ergastolo, lo attesero lungo la statale che ogni mattina percorreva in auto dalla sua casa di Canicatti’ al tribunale di Agrigento. Livatino aveva rifiutato la scorta e implorò gli assassini di fargli salva la vita. Per tutta risposta ricevette in viso il colpo di grazia dai picciotti.

Per la coerenza tra il suo impegno di lavoro e la fede – i mafiosi lo definivano, con spregio, “santocchio” – fu avviata la causa per elevarlo agli altari. Nel decreto sul martirio è scritto che Livatino era ritenuto inavvicinabile dei suoi persecutori, “irriducibile a tentativi di corruzione proprio a motivo del suo essere cattolico praticante”. Dalle testimonianze, anche del mandante dell’omicidio, e dai documenti processuali, emerge che “l’avversione nei suoi confronti era inequivocabilmente riconducibile all’odium fidei (odio della fede)”, al punto che, inizialmente, i mandanti avevano pianificato l’agguato “dinanzi alla chiesa in cui quotidianamente il magistrato faceva la visita al Santissimo Sacramento”.

Di Livatino resta anche una impronta di forte attualità di impegno civile riguardo, ad esempio, al rapporto tra magistrati e politica. Parlando nel 1984 ad un convegno sul ruolo del giudice, disse: “Sarebbe sommamente opportuno che i giudici rinunciassero a partecipare alle competizioni elettorali in veste di candidato o, qualora ritengano che il seggio in Parlamento superi di molto in prestigio, potere ed importanza l’ufficio del giudice, effettuassero una irrevocabile scelta, bruciandosi tutti i vascelli alle spalle, con le dimissioni definitive dall’ordine giudiziario”.

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