CATANIA – E’ stato trovato riverso su un prato. In mano stringeva una banconota da cinque euro. Attorno al suo corpo, crivellato di pallottole, altri soldi e il cellulare che continuava a squillare. E’ stato trovato così Daniele Luigi Parattore, in un giardinetto, all’angolo tra via Bainsizza e via IV Novembre. Era il 18 aprile 2009. La descrizione è fornita dal vice questore della Squadra Mobile, Alessandro Drago, ascoltato come teste della Procura, nel processo a carico di Francesco Di Stefano, accusato di essere uno dei killer che ha sparato contro Paratore.
Il poliziotto fornisce i dettagli sulla scena del crimine. “Era arrivata una segnalazione intorno alla mezzanotte e mezza sulla linea 113” – racconta Drago. “Alll’angolo tra via Bainsizza e via IV Novembre – descrive il poliziotto – c’è un piccolo giardinetto con il prato e alcuni alberi e nel giardino, quindi a 18 metri circa dal ciglio della strada, c’era lo scooter in uso a Paratore Luigi Daniele, perché era intestato alla compagna, e un paio di metri più avanti, quindi ad una distanza di venti metri dal ciglio della strada, a terra ovviamente c’era il cadavere”.
Aveva tentato di fuggire ai sicari Paratore. “Lo scooter – come racconta, infatti, il vice questore infatti – era ancora acceso quando c’è stato il primo intervento”. Il motore rombava, ma il pusher di San Berillo Nuovo era morto. “I medici che hanno fatto il primo intervento – spiega dal banco degli interrogatori – ne constatarono subito la morte, lui era visibilmente attinto da diversi colpi di arma da fuoco, alla schiena, al torace, agli arti pure, lo scooter si presentava pure con dei colpi, dei fori impattati che abbiamo presunto fossero stati causati da colpi di arma da fuoco”.
Lo spacciatore stringeva tra le dita cinque euro: gli inquirenti pensano che è stato ammazzato proprio mentre intascava i soldi della vendita di una dose di droga. “Teneva nella mano sinistra una banconota di cinque euro – descrive Drago al Presidente della Corte d’Assise di Catania – poi accanto al cadavere erano sparse altre banconote per un totale di 75 euro. Nelle tasche dei pantaloni aveva altri ottanta euro e nel portafogli altri venti euro, il telefono cellulare che peraltro nelle fasi del sopralluogo continuava a squillare, come se qualcuno lo cercasse”.
A quel telefono non risponderà nessuno. Paratore non sfugge all’agguato. E’ stato colpito alle spalle, molte volte, mentre era in sella al suo scooter. In via Re di Puglia, una traversa che interseca via Bainsizza, sono stati trovati “dieci bossoli di pistola calibro 9 luger a terra e – come descrive ancora il poliziotto – c’erano anche tre ogive impattate”.
La vittima è una vecchia conoscenza della polizia. Aveva precedenti per droga ed era rimasto coinvolto, nel 2008, nell’operazione Sacra Famiglia sempre per spaccio di stupefacenti.
Era un pusher indipendente, “un cane sciolto”, che però non avrebbe rispettato gli accordi. E quando non rispetti i patti con gli uomini della mafia è una condanna a morte. Dalla ricostruzione degli investigatori della Mobile, Paratore avrebbe chiesto “protezione” ai Cursoti Milanesi, i “principi della piazza di Corso Indipendenza”, perchè aveva accumulato un debito consistente con i fornitori di stupefacente. Il clan paga il “conto”, ma a condizione che una parte degli introiti finisse nelle casse dei Cursoti Milanesi. Paratore, però, si mette i soldi in tasca e non versa niente al clan. A quel punto i vertici ordinano la sua “eliminazione”. Una lezione per tutti coloro che tradiscono.
A sparare ci sarebbe stato anche Francesco Di Stefano, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere lo scorso dicembre. In queste settimane il processo a suo carico è entrato nel clou: sul banco degli interrogatori si sono alternati i diversi poliziotti che sono intervenuti sul luogo dell’omicidio. Francesco Di Stefano è sempre stato presente alle udienze sulla sua sedia a rotelle, ma forse dalla prossima potrebbe partecipare in video conferenza. Una opzione a cui i suoi avvocati difensori si sono ampiamenti opposti.
Non avrebbe agito da solo Francesco Di Stefano, ritenuto uomo di vertice dei Cursoti Milanesi. Con lui Michele Musumeci, diventato collaboratore di giustizia, e già condannato per questo delitto. I due avrebbero tappato la bocca a Paratore: una punizione che spetta – secondo le regole della mafia – a tutti i “traditori”. Lo spacciatore avrebbe deciso di sfidare il clan. Una scelta che ha pagato con una pioggia di pallottole alla schiena. Non ha avuto nemmeno il tempo di mettere cinque euro in tasca.


