PALERMO – Si sono riconosciuti ancora prima di incontrarsi. Un faccia a faccia in un cantiere pubblico fra due imprenditori di Cosa Nostra. Un’eccezione alla regola della riservatezza per il buon andamento degli affari di mafia.
Mafia, affari e invisibilità
La parola d’ordine è “invisibilità”. Carmelo Vetro “non è solito ricorrere a espliciti metodi intimidatori – forse ormai propri di una perlopiù tramontata mafia militare – né per infiltrarsi nell’economia pubblica né per dirimere eventuali controversie con terzi non rispettosi del codice d’onore di cosa nostra”.
Gli investigatori tracciano con queste parole il profilo del boss di Favara, arrestato nei giorni scorsi per corruzione. Finita di scontare la condanna per mafia si è dato un gran da fare nel mondo degli appalti, spaziando dai rifiuti alla sanità.
Vetro ha attivato una rete di relazione che va dal dirigente regionale Giancarlo Teresi al manager Salvatore Iacolino. I rapporti con il primo, in servizio all’assessorato regionale alle Infrastrutture, sarebbero sfociati nel pagamento di tangenti per ottenere commesse pubbliche.
Così sostengono i pm di Palermo che partono da una certezza: gli incontri sono stati filmati fin dentro l’ufficio regionale. La ricostruzione dei rapporti con Iacolino, invece, è contenuta in una informativa in cui si parla di incontri in un bar ad Agrigento e di appoggio elettorale. Grazie all’intermediazione dell’ormai ex manager del Policlinico di Messina, sospeso dalla giunta di governo, l’imprenditore Giovanni Aveni di Barcellona Pozzo di Gotto avrebbe ottenuto l’accreditamento con l’Asp messinese.
L’incontro con Filardo
Ci sono volte, però, in cui l’imperativo della riservatezza viene sacrificato sull’altare delle relazioni e degli affari di mafia. Una di queste riguarda l’incontro con Giovanni Filardo, altro imprenditore mafioso e cugino di Matteo Messina Denaro che ha ottenuto un sub appalto nei lavori di dragaggio del porticciolo di Marinella di Selinunte. Per non dare nell’occhio il lavoro fu fatturato da un’impresa compiacente.
Un giorno squillò il telefono di Giovanni Aveni. “Dico c’è sempre la nostra disponibilità se vi serve qualche mezzo qualche cosa”, disse Filardo.
Qualche tempo dopo Aveni lo fece incontrare con Vetro. Gli investigatori della Dia, della squadra mobile di Trapani e della Sisco di Palermo li tenevano tutti sotto controllo. I due si diedero appuntamento all’interno del Polo Tecnologico di Castelvetrano dove era stata stoccata la posidonia che Filardo doveva caricare con un suo escavatore per smaltirla in discarica.
Era l’8 novembre 2024. Giovanni Filardo arrivò con il fratello Matteo, Vetro assieme al cognato Antonino Lombardo. Iniziarono a parlare di vicende mafiose. “Tutte cose sopra di noi… è un disastro… in mezzo ad una strada… e vanno avanti questi signori… questi infami…”, diceva Filardo.
Il cugino di Messina Denaro dimostrava di conoscere lo spessore criminale del suo interlocutore: “Tuo padre Peppe (Giuseppe Vetro, morto mentre era detenuto all’ergastolo ndr)… ci deve essere qualcuno ancora dentro di voi?”. “Io ora sono uscito”, diceva Vetro. Quindi le confidenze carcerarie di Filardo: “Io sono stato a Caserta… in mezzo alle montagne… e poi al 41 ci sono andato… però isolamento me ne hanno fatto fare a me… mi chiamavano… isolato… e poi sono stato a Nuoro e ad Oristano… fino a quando sono uscito ero ad Oristano”.
Il primo ergastolano
Parlavano di codice d’onore (“E se tu hai un rispetto… hai il rispetto di tutti… ognuno per i suoi ruoli… il rispetto è reciproco”) e competenza territoriale (“Ognuno per le sue cose..”). Quindi i riferimenti ad altri boss che sono ancora in carcere e ci resteranno per tutta la vita. Discutevano di “Michele che invece lo hanno portato ora ad Oristano… lui è arrivato che io sono uscito ad aprile 2022 e lui era arrivato penso verso marzo I’ho visto portare”.
Si tratta di Michele Mercadante, ergastolano della famiglia mafiosa di Castellammare del Golfo. E pure del figlio Salvatore che “al tempo lo hanno arrestato che io mi trovavo a Palermo… un processo… lo ha portato nella stanza… al tempo Michele mi scriveva e mi diceva… minchia vedi che mio figlio non c’è stato mai in galera… vedi se combina qualche minchiata… stacci attento… badaci… . No Miche’… non ti preoccupare che le cose si sistemano…”.
Il secondo ergastolano
Parlavano pure di un altro ergastolano, Davide Riserbato, di Mazara del Vallo: “Vedi che in questi posti praticamente la solidarietà alla fine è fondamentale per chi c’è stato… io mi sono fatto 10 anni… – diceva Vetro – … a condividere… se c’ha un problema uno diventa di tutti… o è negativo è positivo… diventa di tutti… . Ci vediamo presto Giovanni… per qualsiasi cosa…”.
Vetro e Filardo hanno fatto altri affari insieme oltre a quello di Marinella di Selinunte? Gli investigari sono al lavoro tra appalti, mafia e massoneria.
Nel decreto di perquisizioni nei confronti di Iacolino si fa riferimento anche ad un incontro con Salvatore Cocina, capo della Protezione civile regionale, che non ebbe seguito. Quali erano le mire di Vetro? Un mafioso e massone con un rete di relazioni fitta.
A volte è stato lui a chiedere favori ad altri “fratelli” (di una loggia segreta?) oppure sono stati altri imprenditori a contattarlo. Come quando gli dissero che c’era ma possibilità di assumere delle persone a Messina per un servizio di guardiania. Vetro ne parlò con Iacolino che girò l’opportunità a Bernadette Grasso, deputata di Forza Italia e vice presidente della commissione regionale antimafia. Grasso segnalò quattro-cinque persone.
Entrò in contatto con Vetro senza sapere che fosse un mafioso. Così l’onorevole ha detto ai pm che l’hanno sentita come persona informata sui fatti. Si è fidata di Iacolino. Alla fine le opportunità di lavoro non si concretizzarono. Ma gli intrecci per gli affari di mafia restano agli atti dell’inchiesta.

