Mafia ed estorsioni nei vigneti |Interrogati gli imprenditori - Live Sicilia

Mafia ed estorsioni nei vigneti |Interrogati gli imprenditori

Viti tagliate e bottiglie incendiarie tra le intimidazioni. Ecco cosa è accaduto in tribunale.

Il processo Santa Barbara
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CATANIA. “Per me è una questione morale. Mi farei ammazzare piuttosto che dare un euro”. Così in aula si è rivolto ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Catania, presieduta da Roberto Passalacqua, Giovanni Valenti, titolare delle omonime cantine di Castiglione di Sicilia. L’imprenditore è stato uno dei tanti del settore vitivinicolo etneo saliti sul banco dei testimoni nell’ambito del processo, denominato Santa Barbara, che vede alla sbarra, a vario titolo per associazione mafiosa, estorsione e traffico di droga, alcuni presunti affiliati al clan Brunetto. Tra loro anche Carmelo Olivieri, ritenuto dagli inquirenti al vertice dell’associazione mafiosa. Valenti ha raccontato di aver subito nella propria azienda danni pari ad almeno 15mila euro, tutti denunciati ai carabinieri, ma di non aver mai pagato ad alcuno nessuna somma di denaro. Non di rado i dipendenti avrebbero trovato viti tagliate e danneggiate.

Ha invece confessato in aula di non aver denunciato ai carabinieri per paura il responsabile dell’azienda agricola di Michelangelo Vagliasindi. L’uomo ha raccontato di aver rinvenuto una bottiglia, che odorava di benzina, con un messaggio: “Cercati un amico”. A quel punto avrebbe subito contattato Vagliasindi, residente all’estero, per metterlo al corrente dell’accaduto. Solo successivamente sarebbe stato avvicinato da Vincenzo Lomonaco che gli avrebbe riferito della necessità di sborsare 500 euro al mese. Anche in questo caso l’uomo avrebbe riferito tutto al titolare che, sempre telefonicamente, gli avrebbe risposto di non aver alcuna intenzione di pagare. Poco dopo però sarebbe giunta una nuova richiesta più onerosa. La cifra sarebbe lievitata a 1000 euro. “Lomonaco – ha riferito il teste in aula – mi ha detto che erano cambiati gli equilibri dopo la morte di una persona”. In quel periodo, nel giugno del 2013, muore a Fiumefreddo di Sicilia il boss Paolo Brunetto.

Subito dopo è stato sentito Michelangelo Vagliasindi, noto con l’appellativo “barone”, che ha detto di ricordare solo dell’episodio della bottiglia incendiaria. Anche lui ha negato di aver mai consegnato soldi a titolo di estorsione ed ha escluso ammanchi dalle casse. Nel corso dell’udienza si è anche registrato un piccolo giallo. Uno dei testimoni ha infatti riferito, su sollecitazione del pubblico ministero Alessandro La Rosa, di aver visto in aula uno degli imputati, Vincenzo Lomonaco, per gli inquirenti il responsabile del clan nel territorio di Castiglione di Sicilia. La circostanza ha alimentato non pochi dubbi sull’identità dell’imputato. Lomonaco si trova infatti detenuto in carcere poiché già condannato a 20 anni in abbreviato. Il 31 ottobre, data fissata per la prossima udienza, saranno sentiti, oltre ai periti incaricati della trascrizione delle intercettazioni, anche i carabinieri della Compagnia di Randazzo che hanno condotto l’attività investigativa.

 


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