"Il palazzo di Cosa nostra" | Il pentito racconta l'intrigo - Live Sicilia

“Il palazzo di Cosa nostra” | Il pentito racconta l’intrigo

Dietro una delle tante incompiute della città di Palermo ci sarebbe la storia dei contrasti fra le famiglie mafiose. I clan non si misero d'accordo e i lavori si bloccarono. A raccontare il retroscena è il pentito di Bagheria, Antonino Zarcone.

IL RETROSCENA
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PALERMO – Lo scheletro di quello che doveva essere un palazzo con una trentina di appartamenti sta ancora lì. Dietro una delle tante brutture della città di Palermo nella zona di via Galletti, nel rione Acqua dei Corsari, ci sarebbe la storia dei contrasti fra le famiglie mafiose. I clan non si misero d’accordo e i lavori si bloccarono. Per sempre. A raccontare il retroscena dell’intrigo è il collaboratore di giustizia bagherese Antonino Zarcone.

Uno dei protagonisti della vicenda sarebbe Filippo Bisconti, tra i sette arrestati dai carabinieri nell’ultimo blitz che ha azzerato i nuovi vertici del mandamento di Misilmeri-Belmonte Mezzagno. Zarcone lo descrive come il “ragazzo di Belmonte” entrato in contrasto con il capomafia Francesco Lo Gerfo perché avrebbe voluto trasferire il cuore del potere nel suo paese: “Franco gli ha detto di starsi al suo posto picchì volevano prendere il mandamento loro”.

La prima volta che il collaboratore sentì parlare di Bisconti era il 2011, quando seppe che voleva comprare un terreno edificabile di “certi Tinnirello” ad Acqua dei Corsari per costruire degli appartamenti. A giudicare da una conversazione intercettata i proprietari dovrebbero essere Michelangelo e Lorenzo Tinnirello, padre e figlio. Durante un colloquio in carcere il primo raccontava al secondo, storico boss di Brancaccio, di “… gente seria che ha i soldi per fare …c’è un progetto approvato…”.

Un’occasione troppo ghiotta che non poteva sfuggire alla logica di spartizione territoriale di Cosa nostra. Zarcone in quanto reggente del mandamento di Bagheria era stato investito della questione da Tonino Messicati Vitale, uomo forte a Villabate, pure lui oggi in cella, che voleva esercitare i suoi diritti sul cantiere. “C’era già uno scavo fatto e ‘ni sta proprietà veniva 30 appartamenti – racconta il pentito – di cui la stavamo seguendo noi… questa cosa la dovevamo gestire noi personalmente. Villabate significa pure Bagheria… chi doveva acquistare… quale Impresa doveva prendere possesso su questo…”.

Trattandosi di una zona al confine tra Palermo e Villabate erano sorti contrasti con i mafiosi di Brancaccio: “Appimu riscuissi con Brancaccio, perché? Perché in quel periodo Brancaccio perdeva tempo, sempre cu chistu ri Belmonte Mezzagno che volevano prendersi sta proprietà in quanto già la permuta era stata fatta dal costruttore dei Tinnirello, fu fatta con un costruttore… che era finanziato da Giorgio Vernengo e da un altro soggetto che in questo momento non ricordo il nome – sempre fa fatta in Cosa nostra – e fu arrestato… e che non poteva, non voleva più costruire in quel territorio in quanto aveva avuto contrasti forse chi, chi Vernengo e cose varie… aveva dato 100.000 euro da acconto per questa permuta e questa cosa la dovevamo gestire noi personalmente – Villabate. Villabate significa pure Bagheria”.

Bisconti cercò di nascosto l’intesa con i mafiosi di Brancaccio, in particolare con Cesare Lupo, tagliando fuori il clan di Villabate: “… questo di Belmonte Mezzagno, si voleva prendere sta proprietà e si va a cerca a Cesare Lupo per prendersi sta proprietà; Cesare Lupo si stava chiudendo l’operazione, dopo di che noi siamo venuti a conoscenza e sta cosa a bloccamu picchì fa paitti ru territorio ri Villabate”.

A quel punto divenne necessario interpellare i vecchi mafiosi: “Sono intervenuti tutti i vecchi diciamo storici… picchì c’erano anche i discorsi fra Villabate, Brancaccio e Corso Dei Mille per quanto riguarda i confini, per ristabilire che l’autorità su quella porzione di Acqua dei Corsari spettava effettivamente alla famiglia di Villabate”. E di Villabate in effetti era la competenza. Ecco perché Bisconti, una volta che i “vecchi” risolsero la questione, si sarebbe rivolto a Messicati Vitale nella speranza di ottenere una deroga al principio che un costruttore, seppure mafioso, deve contribuire alla cassa della famiglia che controlla il territorio su cui ricade il cantiere. Risultato, dice Zarcone: “Tonino l’ha trattato malissimo… avia a pagare come tutti gli altri e forse più degli altri”.

Si sbrogliò mai la matassa degli intrecci di interesse sul cantiere? Le ultime notizie le dobbiamo sempre da Zarcone: “Io poi sono stato tratto in arresto, e fino a quando sono stato tratto in arresto io era tutto bloccato…”. Siamo nel dicembre 2011, e poi? Dalle indagini sembrerebbe che Bisconti abbia cercato di sbloccare la questione. Pure lui, però, adesso è finito in cella con l’accusa di essere il capo della famiglia mafiosa di Belmonte Mezzagno.

 

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Commenti

    Ristabilire l’autorità sul territorio;inaudito! ma l’autorità dello stato dove si trova?

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