Mancato reintegro dopo l'ordinanza |I lavoratori: "Siamo esasperati" - Live Sicilia

Mancato reintegro dopo l’ordinanza |I lavoratori: “Siamo esasperati”

Tre ex dipendenti della  società che gestisce i servizi di terra all’aeroporto, narrano la loro storia a Live Sicilia Catania. In mano hanno l'ordinanza del Tribunale del lavoro. La società per un'eventuale replica può scrivere a redazione@livesiciliacatania.it.

Katane Handling
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CATANIA – “Siamo stati buoni per mesi, adesso basta”. Con queste parole e un’ordinanza del Tribunale del lavoro alla mano, tre ex dipendenti della Katane Handling, società che gestisce i servizi di terra all’aeroporto Fontanarossa, narrano la loro storia a Live Sicilia Catania. Un po’ intimoriti da “eventuali ripercussioni” decidono di non svelare la loro identità, ma si raccontano. Dalla loro hanno diverse ordinanze dei giudici del Tribunale di Catania che concordano su un fatto: gli ex dipendenti vanno reintegrati “nel posto di lavoro precedentemente occupato”. E’ il frutto di un ricorso avanzato da una settantina di ex dipendenti della Katane che, negli anni, hanno svolto svariate mansioni: addetti al carico e scarico bagagli, allo smistamento e all’assistenza.

“Padri e madri di famiglia” che per anni hanno prestato servizio con contratti a tempo determinato, rinnovati di volta in volta. Sei, sette, dieci anni, le storie dei tre colleghi divergono di piccoli particolari, ma sono identiche nella sostanza. Se prima lavoravano otto mesi all’anno percependo la disoccupazione nei periodi di inattività (“una bella boccata d’ossigeno”) con il passare del tempo le cose sono cambiate. Fino a quando i tre si sono ritrovati a lavorare appena due mesi all’anno senza nessuna forma di sostegno al reddito.

A questo punto la strada dei dipendenti si biforca: c’è chi (circa “cento settanta”) accetta l’accordo di stabilizzazione degli stagionali (“caldeggiato dai sindacati”), e chi (i tre e un’altra settantina di dipendenti) decide di adire le vie legali. Al centro del rifiuto della proposta ci sono i termini sfavorevoli in campo salariale: “Venti ore a settimana, per cinque giorni per otto mesi all’anno e uno stipendio di circa cinquecento euro”. “Io questa somma la spendo praticamente per la benzina che consumo per arrivare all’aeroporto dal mio paese”, dice uno di loro. Insomma, alla fine la battaglia per il posto a tempo indeterminato, ma a condizioni diverse, viene portata avanti da una parte degli ex lavoratori a termine. I risultati arrivano con una serie di ordinanze dei giudici del lavoro che mettono nero su bianco il diritto dei dipendenti al reintegro. La riammissione in servizio decisa dai giudici è determinata dal fatto che “tra le parti è intercorso un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato”.

Le ordinanze, una quarantina quelle emesse finora secondo il racconto dei tre lavoratori, sono arrivate, a partire dal mese di luglio, ma non hanno ancora trovato applicazione. Queste, inoltre, non indicano il tipo di contratto da applicare. Al centro del ritardo accumulato rispetto all’applicazione delle decisioni dei giudici c’è, infatti, il tira e molla tra gli avvocati riguardo alle proposte: da un lato l’azienda propone soluzioni a quattro ore al giorno, dall’altra i lavoratori vorrebbero una giornata lavorativa da sei ore per dodici mesi all’anno. “Un migliaio di euro circa al mese”, dicono i tre che non percepiscono un quattrino da oltre un anno. “Non chiediamo mica un full time”, dicono consapevoli delle difficoltà di Katane. Al momento, però l’accordo tra le parti sulla proposta a sei ore non c’è: l’azienda ha recentemente rifiutato l’offerta. “Con la proposta a quattro ore rischiamo di perdere pure i buoni pasto”, spiegano i “padri di famiglia” facendo notare un paradosso: “Un ticket vale poco più di cinque euro, per un panino all’aeroporto ne spendi in media sei”.

“Siamo disperati, per un anno abbiamo tirato a campare grazie all’aiuto dei nostri genitori per mantenere i nostri figli”. “Ci stanno togliendo la dignità”, rincara la dose uno dei tre, “stanco” di dipendere dagli altri per mantenersi. Un tempo, invece, aveva un lavoro, come riconosce una delle ordinanze, “l’unica fonte di reddito” per lui e il suo nutrito nucleo famigliare. Un motivo in più, insieme alle bollette da pagare (depositate in udienza), per velocizzare il reintegro.

 

 


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