Mani in tasca o poggiate sul cuore | E' sempre la stessa antimafia

Mani in tasca o poggiate sul cuore | E’ sempre la stessa antimafia

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Dicono di aborrire le passerelle. Eppure...

Quell'estate del '92
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2 min di lettura

La valorosa antimafia delle mani in tasca e la pugnace antimafia della mano sul cuore pari sono. Forse.

Una suggestione che, in via di metafora, di coreografia e di iconografia, viene suggerita dalla famosa e fragilissima polemica sul presidente della Camera, Roberto Fico e l’esecuzione dell’inno nazionale, in occasione del 23 maggio.

L’immagine nota, che media tra l’aplomb informale di Fico e la postura più istituzionale di Leoluca Orlando, traccia la parvenza di una divaricazione. Forse, appunto, perché, alla fine dei conti, l’obiettivo riunifica le opposte gestualità nel cavo di una monocorde celebrazione. Conta maggiormente la musica che offre l’impalcatura concettuale dell’evento – l’inno di Mameli, nel caso – più della collocazione temporanea degli arti superiori. Una suggestione, appunto.

Allo stesso modo, la musica dell’antimafia, suonata nell’aula bunker e altrove, nell’anniversario della strage di Capaci, non ha registrato partiture così diverse da risultare non sovrapponibili. A prescindere dall’agitarsi, un po’ più lento o un po’ più rock, delle mani.

Eppure, c’erano gli esponenti di mondi che si raccontano acerrimi e irriducibili, perfino nell’estetica. Il grigio ministeriale di Marco Minniti e Andrea Orlando, il riverbero giallo-verde del presidente Fico. Sono contesti opposti in tutto, perché non dovrebbero esserlo pure in una questione così cruciale? Per galanteria e gentilezza? Difficile ipotizzare luoghi di tregua e di fair-play, intervalli rasserenanti, nel tempo del ring politico.

Invece, abbiamo ascoltato parole senza discontinuità, né crepe. Identiche riletture. I soliti – si capisce, meritori – appelli. La consueta solubilità di concetti basici, per non turbare il pubblico con l’irrompere di un eccessivo impianto critico.

Nessuno ha azzardato un giudizio reciso e dettagliato sui vizi dell’antimafia di casa nostra, che pure ci sono, oltre alle virtù. Nessuno ha richiamato, con piglio risoluto, i patimenti che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino subirono quando erano vivi, proprio perché erano vivi, prima del manifestarsi di certi professionisti dell’eroismo altrui. Esiste un’ampia letteratura a riguardo, con relative interpretazioni.

Nessuno ha illuminato, con la necessaria enfasi, le contraddizioni, le viltà, le omissioni che – nonostante gli eroismi, la volontà, l’innocenza – hanno sporcato l’aggettivo ‘antimafioso’ col sospettabilissimo abito del qualunquismo e dell’affarismo, notizie di reato a parte. Non era l’anticamera della verità, il sospetto?

Nessuno ha rammentato le faide, il perseguimento delle carriere, la ricerca di un posto al sole, il cinismo delle rendite che – a dispetto di una matrice che ancora odora di innocenza – hanno macchiato il sogno della riscossa di un popolo. E nessuno ha usato sostantivi, avverbi o aggettivi di profondità per denunciare l’olezzo di interessi personali che può celarsi oltre quello che Paolo Borsellino definiva “Il fresco profumo della libertà”.

Nessuno, insomma, che si sia discostato dalla narrazione riposante e pacificata che tante volte abbiamo udito, con sovrabbondanza di enfasi, per tacere del resto. In verde-giallo o in grigio poco importa, è sempre la stessa musica, la stessa antimafia da vetrina. Quella che sostiene di aborrire le passerelle e subito dopo si mette in posa per la sfilata di rito.

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