Tanti auguri alla sposa e allo sposo, in un altro capitolo della storia che molti stanno seguendo. Questo ci sentiamo di scrivere, nell’incipit. Se una ragazza e un ragazzo, con i mezzi opportuni, hanno scelto Palermo come scenario del loro amore, noi – intrisi del romanticismo delle canzoni degli anni Ottanta – non possiamo che ricavarne un riflesso di tenerezza. Auguroni sinceri, dunque, di immensa felicità.
Come? Ah, sì, le polemiche sulle strade chiuse, su Palermo, che non si affitta… Tutto nobile e importantissimo, ci mancherebbe! Però, scusate, il dibattito non ci appassiona, perché sappiamo che tra un quarto d’ora non se ne parlerà più.

Palermo digerisce tutto
Palermo ha una potentissima capacità digestiva: ingurgita, volti e contesti, per passare al prossimo caso. Vale la pena di agitarsi, in calce a un evento che già ci sta salutando nello specchietto retrovisore della brevità?
C’è una Palermo che non si affitta, infatti, in porzioni valutabili, si è già venduta, da tempo, al suo stesso cinismo. In cambio ne ha ricavato una fasulla impressione di tranquillità. Non è che non ci siano i problemi, io, però, non me ne occupo: questo è il ragionamento medio. Al massimo, quando richiesto, si può organizzare uno sventolio di bandiere. Effimero, come il resto. Ecco l’ignavia, il rovescio della medaglia del coraggio che pure c’è.

Le cose belle? Esistono, ma…
Non c’è soltanto una desolante atarassia, grazie a Dio. Esistono resistenti operosi, idealisti concreti, sognatori combattivi. Come Gaetano Savatteri che, anche quest’anno, ha messo su, con alcune anime collaborative, ‘Una Marina di libri’. Passeggiarci dentro ha significato fare pace con la bellezza, cioè con la verità, conoscere persone che vivono la tensione del miglioramento.
Tra le presentazioni e i luoghi, lì dove i libri respiravano, si è radunata una Palermo attenta, giovane e meno giovane, colta e interessata. Sempre alacre e caratterizzata dal dubbio che pochi la ascoltino, seppure esista. Una comunità testarda nell’immaginare orizzonti di profondità.
Tutto ha funzionato alla perfezione? Abbiamo riscontrato pareri variabili. Ma perché trasformare ogni legittima opinione in un racconto catastrofico, quasi compiaciuto? Per l’assunto: c’è una città che non opera, che giudica, dall’alto di una rassegnazione necessaria agli alibi. C’è, al suo fianco, una città che si sbraccia.

Palermo, vecchie e nuove intimidazioni
Questa Palermo è ancora un palcoscenico che, in troppe occasioni, si compiace della superficialità, del suo cambio di scena repentino, dei suoi vecchi vizi, del suo continuo abbandono di campo. Questa Palermo esiste per specchiarsi nell’esteriorità di una rappresentazione. Tanto – come certificò uno che la sapeva lunga – il palermitano vive a casa propria. Secondo quale principio dovrebbe battersi per un destino collettivo che, in fondo, non gli interessa?
Volete un esempio? D’accordo. Ve le ricordate le bottiglie infiammabili davanti ai locali, le sventagliate di kalashnikov, le auto incendiate? Palermo ha gonfiato il petto, ha promesso di indignarsi, ha vagheggiato un impegno. Dopo le perorazioni, non è successo niente. Ognuno è rimasto, come sempre, a casa sua. Non c’è stata una risposta concreta della società civile, in forma organizzata o, comunque, massiccia. Un tenue sventolio di bandiere, appena, in vista del comunicato stampa. Il tema si è drammaticamente riproposto, nel sopore generale.
E voi volete che ci apprechiamo alle nozze (ancora auguri) di Dua Lipa e Callum Turner? Suvvia, perché mai dovrebbe accadere nella roccaforte del disimpegno che – retorica a parte – ha tralasciato in più di un contesto la lezione morale dei giudici Falcone e Borsellino, il sorriso meraviglioso di padre Puglisi e i passi generosi di Biagio Conte? Abbiamo cose più serie per discutere intorno alla domanda. Perché questa Palermo è sempre questa Palermo?
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