Michele, Tiziana, Niccolò e Rosi.... | Altre storie di autismo e speranza

Michele, Tiziana, Niccolò e Rosi…. | Altre storie di autismo e speranza

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C'erano tutti al Politeama. Ma proprio tutti.

Vasto è l’elenco della speranza nella città dei disabili. C’è Michele, un bimbo minuscolo quanto una mollica di pane, che, sul palco del ‘Politeama’, canta e guarda la sua mamma. Canta le strofe di una vecchia canzone: “Un amore così grande. Un amore così. Tanto caldo dentro e fuori intorno a noi. Un silenzio breve e poi, in fondo agli occhi tuoi bruciano i miei”. Intorno, un balletto, anche lui bambino, sottolinea con i gesti musica e parole. Michele – mollichina dopo mollichina, briciola dopo briciola – è riuscito finalmente a trovare la strada di casa. La notte non è poi così cattiva, se la guardi, al caldo, dietro i vetri.

Così ha inizio la serata della giornata mondiale dell’autismo a Palermo. E’ domenica, c’è Napoli-Juve, ma il teatro è pieno. Un numero, 45541, per donare. Sulla scena, Rosi Pennino, fondatrice di ‘Parlautismo Onlus’, che della battaglia per l’inclusione ha fatto una ragione di vita, con Francesco Panasci. In platea, le istituzioni: il sottosegretario alla Salute, Davide Faraone, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, l’assessore regionale alla Salute, Baldo Gucciardi, e altri, compresi i candidati sindaco per Palazzo delle Aquile. Ma soprattutto, in basso, dove le luci non arrivano, sfavillano i protagonisti di mille storie, ognuno con una fiaccola, ognuno con una notte, un viaggio e una speranza da raccontare.

Ci sono Tiziana e Giusi che spiegano quanto sia bello, duro e difficile essere mamme di un ragazzo autistico, perché il mondo è irto di spine, complica, mette i suoi muri per bloccare la bellezza che non capisce, fermandosi solo al dolore. Per attraversarlo devi pagare un pedaggio di abnegazione superiore alla media. Eppure, il fiato di una madre è una luce che segnala una via d’uscita in ogni oscurità.

C’è Niccolo Fabi, cantante-poeta, persona di profondità, con i capelli ancora spettinati, come quando inventò una celebre canzone, nido di pensieri migliori. Qualche anno fa, la scomparsa della figlia e una notte che sembrava infinita. Ma quei capelli sono perle di grigio, ora. Le lacrime non li hanno bruciati. Li hanno trasformati in saggezza.

Non c’è Nino, padre di un figlio autistico, per problemi gravissimi da affrontare in famiglia. Un video ricorda la sua splendida performance dell’anno scorso, con il dolcissimo Carlo – l’altro figlio, una colonna – sui diritti negati, sulla lotta, sul desiderio di non cedere, di non arretrare mai. Ci sono Alessio e Gianluca Pellegrino, con le loro carrozzine. Ormai, dopo ‘Le Iene’, sono una bandiera. Per venire qui hanno affrontato l’acquazzone. E le carrozzine sono rimaste bloccate, impantanate, prigioniere in una buca. E i due fratelli hanno preso tutta l’acqua che si poteva prendere. Comunque, sono qui. Dicono che non hanno avuto le risposte necessarie sull’assistenza ai disabili, per questo stanno preparando un’altra manifestazione clamorosa, il 12 aprile o giù di lì.

La serata procede come una necessaria terapia di gruppo, come una colata calda che cancella il freddo del temporale in violenta incursione sulla vetrata del ‘Politeama’. Niccolò canta ancora: “Il silenzio cos’è con te  è una voce che non mente. Il silenzio tra noi non c’è chi lo vuole si sa sente ci sente”. Ognuno è qui con la sua corda da riannodare, in corpo o in spirito. Carlo, con un cammino ignoto e le briciole di un grande amore a indicargli dove passare, come tornare. Michele che, adesso, in un angolo, con la sua mamma, non sa capacitarsi di tanta attenzione: ogni fibra, ogni suo sguardo narrano il filo di una inaspettata felicità. Rosi che non ha mangiato e non ha dormito per organizzare tutto, quasi sdraiata sulle assi del Politeama, alla fine.

E tutti sciamano, infine, con una fiaccola accesa in mano per riempire la piazza, chi se ne frega della pioggia, chi se ne frega se il fuoco si spegne; l’importante è averlo acceso. E ci siamo noi, in mezzo a loro. Noi con le gambe a norma, col cuore soddisfatto della nostra indifferenza, con un occhio solo – come Polifemo – per osservare sempre il dolore e mai la speranza. Noi che dimenticheremo il coraggio e la meraviglia di cui siamo stati testimoni, per immergerci nella nebbia di una finta commiserazione, da qui fino al prossimo due aprile, quando indosseremo ancora il vestito delle occasioni in cui è necessario mostrarsi buoni. Noi, con i nostri muri e le nostre notti senza luna. Noi: quelli delle ruote e dei parafanghi posteggiati sopra una tenerezza che ci fa paura. Noi, la città dei disabili.

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