PALERMO – “Più che un assistito Bruno Contrada è stato un caso umano e professionale per me di grande importanza”. Così l’avvocato Stefano Giordano, per tanti anni legale dell’ex numero tre del Sisde, ricorda il suo assistito morto a Palermo. Giordano lo ha appreso a Caltagirone dove ieri sera ha partecipato a un confronto sul referendum sulla giustizia.
E dice: “È stato il simbolo di uno Stato che nega i diritti e di ciò che può accadere quando lo Stato dimentica se stesso, i propri obblighi, i propri limiti, le proprie regole fondamentali e si abbatte su un cittadino con tutto il peso della sua forza”.
La condanna per l’Italia
Giordano ricorda che la Cedu, Corte europea dei diritti dell’uomo, ha condannato l’Italia in tre occasioni. Nel febbraio del 2014, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione. “Contrada era gravemente malato e tuttavia lo Stato gli negò, ripetutamente, le misure alternative alla detenzione, imponendogli un regime carcerario incompatibile con le sue condizioni di salute. I giudici di Strasburgo qualificarono questo trattamento come inumano e degradante.
Nell’aprile del 2015 l’Italia venne condannata per violazione dell’articolo 7: Contrada era stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, reato che all’epoca dei fatti non era ancora sufficientemente definito nella giurisprudenza italiana”.
L’Italia è stata condannata per la terza volta nel maggio del 2024, per violazione dell’articolo 8. “Le sue conversazioni telefoniche – ricorda il penalista – erano state intercettate nel 2018 nell’ambito di un procedimento nel quale non era nemmeno indagato”.
Questi tre provvedimenti secondo il legale dimostrano un “accanimento che non trova giustificazione in alcuna logica di giustizia”.
Dopo la sentenza del 2015, la condanna fu revocata. La corte d’appello di Palermo riconobbe, ricorda Giordano, il suo “diritto alla riparazione per ingiusta detenzione con un indennizzo”. E questa era “una vittoria che non restituiva gli anni sottratti, non cancellava le sofferenze patite, ma ristabiliva almeno una verità: Contrada non doveva essere né processato né condannato per quei fatti”.
“Non posso dimenticare – ricorda ancora Giordano – il trattamento che gli è stato riservato e la violazione delle regole ai suoi danni. Si arrivò perfino a una perquisizione ingiustificata della polizia di Reggio Calabria che venne interrotta solo quando chiamai i carabinieri”.

