PALERMO – Prosciolto al secondo giro di boa in appello. Per Giovanni Francesco Vassallo, accusato di intestazione fittizia di beni, arriva in appello la sentenza di non luogo a procedere: secondo i pm, Vassallo, difeso dagli avvocati Nino Caleca e Saverio Marco Aloisio, avrebbe utilizzato un prestanome, Nicola Alessio Pitti, per intestargli una fabbrica di calcestruzzi e aggirare così la legge sulla confisca dei beni dopo una condanna per mafia che l’aveva raggiunto nel 1996. I suoi legali, però, sono riusciti a dimostrare che non si è ricorso al metodo mafioso per vendere il calcestruzzo e che i proventi dell’azienda non sono stati ceduti alle cosche. Così è venuta meno l’aggravante di aver favorito Cosa nostra ed è dunque scattata la prescrizione.
Il precedente processo di appello si era concluso con una condanna a quattro anni. Poi, però, la Cassazione aveva annullato la condanna con rinvio, portando il caso di fronte alla nuova corte, presieduta da Maria Patrizia Spina (a latere Maria Borsellino e Giuseppe Sgadari). Differente, invece, la sorte di Pitti, che per la stessa vicenda ha patteggiato una pena di un anno e otto mesi.
Giovanni Francesco Vassallo era accusato di intestazione fittizia di beni. Dopo l'annullamento con rinvio della Cassazione, in appello scatta la prescrizione.
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