Nuova azienda per gli ex Qè |La speranza si chiama Netith - Live Sicilia

Nuova azienda per gli ex Qè |La speranza si chiama Netith

Manca ancora l'ufficialità, ma il progetto è oramai una certezza.

la Vertenza
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PATERNO’ – Ci siamo quasi. Manca ancora l’ufficialità, ma il progetto che prevede a Paternò la creazione di una nuova realtà imprenditoriale che potrebbe assorbire gli ex dipendenti del call center Qè è oramai una certezza. La delicata fase preparatoria sarebbe al rush finale. Già dalla metà di ottobre la società Netith, questo il nome del nuovo call center, potrebbe aprire ufficialmente i battenti. La sede della nuova azienda sarà ancora una volta in contrada Tre Fontane, nei locali di recente ristrutturati. A capo del progetto l’imprenditore Franz Di Bella, presidente della Di Bella Group, che da mesi lavora fianco a fianco alle istituzioni e sindacati (SLC CGIL, FISTEL CISL) allo scopo di portare alla luce la nuova attività.

E lo sforzo in questi mesi è stato encomiabile, per quanto silenzioso. La visibilità non è infatti mai stata una priorità per l’imprenditore. Al contrario, la discrezione è stata la via privilegiata, adottata anche al fine di evitare possibili strumentalizzazioni o accodamenti del caso. Ma per la definizione dell’avvio della nuova società mancherebbero tuttavia ultimi passaggi fondamentali. L’obiettivo fino all’ultimo sarà quello di tentare di creare, in sinergia con le istituzioni, le condizioni per rendere più solide possibili le basi della nuova attività. Il Di Bella Group era stato l’unico nei mesi scorsi a farsi avanti, manifestando la propria volontà a individuare una soluzione alla vertenza.

Nel dettaglio, la Netith, come l’ex Qè, sarà un’azienda specializzata in servizi multifunzionali per conto di varie commesse. La neo società potrebbe godere del sostegno della committente Enel che nel corso dei passati tavoli tecnici aveva infatti già confermato il suo impegno, confermando la propria volontà a partire con dei volumi che permetteranno lo start-up della commessa. Stesso discorso potrebbe valere per la Transcom. I sindacati starebbero vigilando su questo fronte. Fermo restando da parte dei vertici della nuova realtà la volontà d’inglobare a poco a poco almeno una parte degli ex dipendenti.

La vertenza del call center Qè era iniziata nell’aprile del 2016, quasi all’improvviso. Almeno all’apparenza. I problemi al contrario covavano già da un bel po’ di mesi. La società avrebbe evaso circa 6 milioni di euro di tasse, tanto che, allo scoppio della crisi aziendale, a nulla valsero i tentativi messi in campo per salvare i lavoratori tramite il ricorso agli ammortizzatori sociali. Ad un certo punto la situazione precipita irrimediabilmente e scattano i licenziamenti. Un dramma che all’epoca sconvolse le vite di oltre 600 persone, che ancora oggi si trovano probabilmente a spasso. Da allora inizia una lunga e difficile battaglia. Da una parte gli ex dipendenti, scesi in piazza per protestare fino allo sfinimento a difesa del loro posto di lavoro. Dall’altro i sindacati, Fistel Cisl e Slc Cgil, che hanno denunciato, presentando anche un esposto in Prefettura, le irregolarità finanziarie e organizzative legate alla gestione dell’azienda. Si aprì così il tavolo istituzionale che fino a oggi ha riunito Ministero, Regione, sindacati e l’imprenditore interessato all’avvio di un nuovo progetto imprenditoriale. Nel mezzo, non manca un estenuante braccio di ferro fra istituzioni, organizzazioni sindacali e vertici aziendali affinché la vecchia società dichiarasse il fallimento. L’ex amministratore, il bresciano Patrizio Argenterio l’1 giugno scorso è stato inoltre destinatario di un provvedimento, eseguito dagli uomini della Guardia di Finanza, che ha posto sotto sequestro beni per il valore di oltre 1 milione di euro, tra conti correnti, automobili e immobili. Poco dopo viene infine emessa dal Tribunale di Catania la sentenza di fallimento.

 


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