Orlando: "Io candidato sindaco? Rispondo così"

“Io candidato sindaco? La mia risposta è netta. Il centrosinistra si muova”

L'intervista al 'Professore' in vista delle elezioni

“Io di nuovo candidato ed eventualmente sindaco a Palermo? La mia risposta è netta: no!”.

Stavolta nessun riferimento all’aramaico (chi ricorda). Leoluca Orlando, nel bar vicino alla redazione, si accomoda al tavolino, onusto della sua storia. Da qualche settimana, circolano sussurri insistenti sulla sua ridiscesa in campo per Palazzo delle Aquile. Niente di più che rumorosi pissi pissi. Ma lui, il SinnacOllanno, taglia corto: non sarà della partita alle prossime comunali. Però, si diffonde nella chiacchierata, tra un caffè e una stretta di mano, lanciando un metodo.

Dunque, professore, come mai queste voci?
“Sono arrivate anche a me. La gente discute, parla e chi fa politica, evidentemente, registra il grande consenso che c’è ancora nei miei confronti. Ma…”.

Ma?
“Io penso che la prima cosa sia chiedersi di cosa ha bisogno una città. Fermo restando che non sarò della partita e non farò più il sindaco di Palermo”.

Palermo cosa cerca, secondo lei?
“Palermo vuole sentirsi di nuovo una comunità, recuperando il sentimento della partecipazione che si è perso. Da qualche anno nessuno dice più: noi palermitani, se non allo stadio o, parzialmente, in occasione del Festino. Mi riferisco a quel senso di comunità in una città in cui non esistevano migranti perché tutti, proprio tutti, eravamo palermitani. Oggi, invece, viviamo nel cono d’ombra dell’egoismo locale e mondiale”.

Brutto affare il contesto internazionale…
“Questo accade col drammatico superamento del tempo dell’interdipendendenza che era una garanzia per tutti. Oggi regnano il sovranismo, l’indipendenza in chiave negativa e il culto della forza oltre il diritto. I risultati sono terribilmente chiarissimi”.

Poiché lei viene da quel mondo, come dovrebbe approcciarsi il centrosinistra alle elezioni comunali venture?
“Una sola parole: primarie. Sono necessarie le primarie per scegliere il candidato sindaco e vanno organizzate in fretta. Non un mese o quindici giorni prima del voto, per poi ragionare sulla circostanza che ormai è troppo tardi. Primarie un anno, un anno e mezzo prima, in modo da permettere al prescelto di vivere intensamente la città e prepararsi al meglio con i suoi progetti, con la sua visione”.

I nomi potrebbero essere?
“No, non faccio nomi”.

Per il centrosinistra palermitano e siciliano lei non ha la percezione di risultare, alle volte, un po’ ingombrante?
“Certamente. Lo sono perché ho una storia che viene considerata divisiva da alcuni. Mi vedono così, essendo io una figura che non ha mai praticato la subcultura dell’appartenenza che è familiare per la politica. Sono un cane senza collare e resto coerente. Un sindaco è l’amministratore delegato della maggioranza che lo elegge, ma, soprattutto, il padre della città. Le racconto qualche episodio”.

Racconti pure.
“Nella mia segreteria e negli uffici era vietatissimo avere facsimili del sottoscritto, né si poteva partecipare alle mie iniziative elettorali. Ricordo quando, nell’Ottantacinque, interruppi certi affitti delle scuole, quando c’erano dietro certi personaggi. Un giorno ricevetti una delegazione del quartiere che si lamentava. Qualcuno cominciò: ‘Sindaco, ho votato per lei’. Lo feci accompagnare subito alla porta. Non ho mai seguito l’appartenenza, appunto”.

Lei si sente, a vario titolo, un sopravvissuto?
“Forse lo sono, è il destino della coerenza. La sopravvivenza per me è una dimensione spirituale, non fisica. Ci sono siciliani che hanno dato la vita, sono morti per una causa nobile, eppure sono vivi”.

Dai suoi inizi a oggi, qualcosa è cambiato?
“Il tempo è stato galantuomo. La visione di città che abbiamo portato avanti e che sembrava un’anomalia era l’idea giusta. Sono stato intransigente? Sì, lo sono stato, pagando un prezzo umano molto alto, ma ho cercato di contribuire alla costruzione della libertà dalla paura. Poi ho capito una cosa”.

Che cosa?
“All’inizio guardavo solo all’Europa, alla vocazione europea di Palermo. In effetti qui c’è molto di più. Palermo ha una fisionomia mondiale che descrive la speranza del Sud del mondo”.

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