Pianti ri-Scaldati - Live Sicilia

Pianti ri-Scaldati

Franco Scaldati

Il maestro Franco Scaldati è morto. Puntuale si leva il coro dolente di chi non lo ha mai amato, perché considera la cultura un accessorio inutile. Accade a Palermo, la città che ama i vivi, ma solo quando sono morti.

PALERMO– Ora che Franco Scaldati non c’è più, la città che non l’ha mai capito, né mai amato, se non in certe frange bellissime e lunatiche, si appresta a fare quello che sa fare meglio: glorificare i vivi quando sono finalmente morti. Ed è tutto un leggersi e condolersi e versare lacrime sul poeta della carne del sangue e degli ultimi. Sull’inventore di una lingua, sull’ennesimo Cristoforo Colombo palermitano che, alla fine di un doloroso viaggio, non ha trovato l’America. Perfetto. Solo che si arriva tardi, troppo tardi.

Nello specifico della storia, Franco Scaldati è stato un ospite straniero, autore di prodezze incomprese, miserabili e flagellanti per la borghesia dei cocktail e del portafoglio pieno di fama e vuoto dell’essenziale. Nel coro di prefiche post-mortem si celebra il solito mistero gaudioso del senso di colpa che ha bisogno di rendere monumento l’uomo che passava accanto, per pronunciare una verità scabra e inascoltata. I nostri San Giovanni sul Giordano non hanno sorte differente dal capostipite. Li decapitiamo. Poi la testa viene mediaticamente mostrata alla pietà feroce del popolo, nel rito dell’autoassoluzione.

Oltretutto, Palermo non poteva amare Franco Scaldati, perché non ama gli attori, né la cultura, né la poesia, né il pensiero, considerandoli accessori che non aiutano né a mangiare, né ad arricchire. Questo, più della munnizza per strada, ci rende decadenti. L’incapacità di elaborare, di immaginare un fiore nella landa desolata che siamo diventati per progressiva abitudine al silenzio.

Palermo – non considerando le dovute eccezioni, di cui ognuno può pensare di essere parte per consolarsi – è la capitale dell’editoria indolente, abbarbicata al suo giornale di carta e paurosa dell’innovazione. Dunque, l’informazione online, in articoli di fondo e ricettari del buon costume, viene definita come uno sfacelo biblico. Un po’ come i racconti dei pirati sulle coste siciliane. Eccoli, arrivano, rubano i viveri, stuprano le donne e manco dicono “lo ringrazio”. E quel po’ di pazzia che tenta di combattere il futuro con le sue armi, per trovare un accordo tra cronaca e storia, è descritta come una patologia dell’ordine costituito, un attentato alla tradizione, una mina poggiata nelle trincee del vecchio. Le idee che non sanno trasformarsi pretenderebbero lo stesso non il diritto di tribuna, ma il privilegio di una garanzia sempre e comunque. Palermo è la tana elettiva di un’imprenditoria che non ha mai costruito una missione di guadagno personale compatibile col bene comune. La sua vocazione realizza l’antitesi: si salvi ciò che del tesoro di famiglia si può salvare a distruzione in corso.

Palermo è la capitale degli intellettuali che non leggono, ma scrivono. Dei poeti che copiano. Del vento che soffia da retroguardia. Ogni prodotto rigorosamente nel suo scaffale, visto che latita un dibattito pubblico su ciò che siamo e ciò che vorremmo. L’unica emozione concessa è lo stradario con le previsioni del corteo del lunedì mattina. Altro non c’è. E ci siamo incaponiti in una discussione all’ultimo rutto sull’orario delle chiusure dei pub. Questione assolutamente fondamentale in un contesto di deprivazione. Davvero, altro non c’è. E il problema cresce nella qualità delle parole che ci scambiamo, si trasforma in male incurabile nel recinto stretto che ci rende prigionieri.

Franco Scaldati spezzava le assi del recinto. Con la sua poesia, cercava l’America, tenendo presente che mai l’avrebbe trovata e che avrebbe conservato appena appena il taccuino di una ricognizione tremenda, di una disperazione che invita, suo malgrado, alla speranza. La sua eredità è nelle mani di poche anime coraggiose. L’esistenza è incurabile, la passione del cuore e della mente è la medicina a portata di senso. Scaldati, nella sua carne e nel suo sangue, è morto, eppure ci sarebbero altri diversamente vivi da soccorrere, da aiutare, da ascoltare. Questo non accadrà nella città che ama le statue. Peccato. Gli attori, i registi: la gente di teatro servirebbe come il pane per riprendere un colloquio interrotto. Per sapere dove metterci, cosa dire e come dirlo nel nostro palco senza più scena.


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