PALERMO- E alla fine il figliol prodigo tornò tra le braccia del padre. Proprio come nel sublime quadro di Rembrandt che raffigura la scena madre della parabola lucana, Silvio Berlusconi riabbraccia il figlio perduto e ritrovato. Gianfranco Miccichè torna nell’alveo del centrodestra berlusconiano, ma lo fa da leader di un proprio partito, coronando un sogno nato – lo raccontò lui stesso – a margine di un consiglio dei ministri. In quell’occasione, Miccichè dovette arrendersi alle pressioni della Lega. E il Cavaliere, presolo da parte, gli spiegò: “Caro Gianfranco, loro hanno un partito, tu no”. E così, strappo dopo strappo nacque il partito meridionalista miccicheiano, quel Grande Sud che oggi, come annunciato dall’Ansa, si allarga ai contributi dei pezzi da novanta berlusconiani del meridione, da Caldoro a Scopelliti, e che si presenterà al voto come una sorta di Lega del Sud. Un gioco di prestigio simile a quello che il Cavaliere propose nel lontano ’94, quando al Sud si alleò coi missini, che coccolavano gli statali maledicendo i leghisti nemici della sacra unità nazionale, e al Nord strinse il patto col Carroccio di Bossi, che sputava su Roma ladrona e sullo statalismo.
Ci si riprova oggi (Lega permettendo), diciannove anni dopo. E per farlo, il Cavaliere vuole al suo fianco il “suo” Gianfranco, il pupillo sotto il cui comando il centrodestra ottenne il leggendario 61 a 0. L’amicizia personale tra i due non è mai stata in discussione. Il rapporto politico sembrava morto e sepolto, invece. Basta rileggere i lanci di agenzia di due mesi e mezzo fa. Era il 18 settembre e Miccichè dichiarava: “Ho abbandonato in maniera nettissima Silvio Berlusconi e di conseguenza tutto ciò che è attorno a lui’. Il rilancio ci fu poche ore dopo, nel corso del confronto tra candidati presidenti su Antenna Sicilia: ”Non mi pento della mia alleanza con Lombardo, che ha fatto degli errori, mi pento di essere stato con Berlusconi, mi pento dalla mattina alla sera. Non mi pento di altro, e non farò pentire chi crede nel nostro progetto”, disse Miccichè. Ma il tempo del pentimento e della penitenza è finito, con tutta evidenza. E il figlio ribelle è tornato in qualche modo alla casa del padre. Rimanendo però, va detto, fuori da quel Pdl del quale Miccichè negli ultimi mesi ha detto peste e corna. Bersagliando soprattutto il suo segretario, quell’Angelino Alfano che “’per me non rappresenta nessuno”, come disse Gianfranco l’11 dicembre scorso.
Sotterrata l’ascia di guerra, l’incontro romano di oggi segna l’inizio di una nuova pax. In cui in effetti non si trova traccia di Alfano. ”Voglio bypassarlo” dichiarò qualche settimana fa Miccichè, ammettendo i contatti con Silvio. È stato accontentato, sembrerebbe. Ora però, bisognerà capire quante delle sue truppe lo seguiranno. L’eterno colonnello Michele Cimino, ad esempio, non vuol saperne di Berlusconi. E pare che anche altri pezzi palermitani del movimento arancione la pensino come lui. Ma ci sarà tempo per fare i conti con le scissioni. Ora è il momento di scannare il vitello grasso.

