Quei ragazzi sul tetto | di un Paese senza poeti - Live Sicilia

Quei ragazzi sul tetto | di un Paese senza poeti

di ADRIANO SOFRI (da "Repubblica" del 27-11-2010) Sfogliavo i giornali di giovedì, via via più esterrefatto per il silenzio sull'anniversario - il venticinquesimo - della morte di Elsa Morante, finché mi sono consolato alla vista di una fotografia che non c'entrava niente, o quasi.
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di ADRIANO SOFRI (da “Repubblica” del 27-11-2010) Sfogliavo i giornali di giovedì, via via più esterrefatto per il silenzio sull’anniversario – il venticinquesimo – della morte di Elsa Morante, finché mi sono consolato alla vista di una fotografia che non c’entrava niente, o quasi. L’avrete vista, c’era una prima fila di studenti che inalberavano cartelli in forma di copertine di libri, nome dell’autore e titolo. Bella idea, per mostrare che le loro armi sono i libri – poi li hanno usati, dicono le cronache, come scudi di cartone, che è la conferma di un’inermità consapevole. Quanto al cosiddetto assalto al Senato, è una vecchia idea invernale che ritorna superfluamente, perché i Palazzi, ad arrivarci dentro, si scoprono vuoti. E a restarci dentro, ci si scopre vuoti, o peggio. Nella foto, su uno di quei librimanifesto si leggeva: ELSA MORANTE – L’ISOLA DI ARTURO. Avrei magari preferito che scegliessero “La Storia”, o magari “Il mondo salvato dai ragazzini”, che era proprio di quel ’68 che si rinfaccia ai ragazzi di oggi a scopo intimidatorio. In compenso il manifestante portatore dell’Isola di Arturo stava accanto al manifestante portatore di MELVILLE – MOBY DICK, mettendo così in quel corteo nel centro di Roma un’aria di mare.

Così il ricordo di Elsa è stato riscattato dagli studenti, che probabilmente dell’anniversario non sapevano niente. (Però anche da Radio Tre, che lo sapeva bene). Il fatto è che un corteo di ragazzi è il posto migliore per ricordarsi di Elsa, che li avrebbe guardati, come già i loro coetanei, con amore e apprensione. Infatti non bisognava solo ricordare Elsa Morante, bisognava ricordare anche che è stata fra i pochi grandi poeti civili italiani del nostro tempo. Al funerale di Pasolini, morto ammazzato dieci anni prima di lei, Alberto Moravia, che non era uomo di scalpori retorici, gridò: “Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo. Ne nascono tre o quattro soltanto, in un secolo”. Il poeta dovrebbe essere sacro, protestò Moravia. Aveva ragione. Ora noi pronunciamo più spesso ma senza naturalezza il nome di Italia, come di qualcosa cui ci attacchiamo perché vogliono portarcela via. Presidiamo Risorgimenti mentre si tirano sassate intrepide al monumento di Garibaldi e di Mazzini, ospiti secolari di piccioni. Andiamo a vedere “Noi credevamo” perché abbiamo paura di non credere più, e ci interroghiamo sulla lingua del tempo presente perché l’hanno presa come si prende una ragazza da un marciapiede, e la si scaraventa giù a cose fatte davanti a un pronto soccorso.

 Quando celebriamo un funerale senza conforti religiosi poi ci diciamo che non abbiamo saputo escogitarne uno degno, e vogliamo dire che ci manca un poeta. Ci manca anche in altri momenti: perciò abbiamo abusato di Brecht. Eppure questo paese storto che la geografia manda alla deriva nel suo mare come nelle domande trabocchetto appena rinverdite, dove Bari è più a nord di Napoli e Trieste è a ovest di Napoli, e la storia completa l’opera, è soprattutto affare di poeti. Come nel programma di terza, Dante e la canzone di Petrarca e Foscolo in Santa Croce e Leopardi in visita alla tomba di Tasso e le mura e gli archi vuotati di gloria, fino alle canzoni popolari e dei cantautori che ricantiamo senza badare più a che cosa dicono. E Elsa, e la sua lettera notturna ai brigatisti rossi che tenevano Moro, e che non spedì mai, perché, disse, quella che scrisse il Papa era più bella. Non era vero. È appena uscito per i Meridiani un volume di duemila pagine dedicato ai poeti greci del Novecento. È bellissimo, e dice, come non sappiamo fare per l’Italia – dopo De Sanctis, almeno – quale vincolo intimo e decisivo leghi la Grecia alla sua poesia. Che la Grecia ha una “fiducia” speciale nella poesia. Là, più ancora che da noi, la questione della lingua, e la stessa “scelta delle parole” era ipso facto una scelta di responsabilità politica, spiega Filippomaria Pontani in una introduzione che è in realtà una storia civile della Grecia e, in filigrana, dell’Italia. Ci succede di ricorrere a versi di greci moderni per dire la nostra condizione civile: come con l’alessandrino Kavafis di “Aspettando i barbari”. Ci uniscono i colpi di Stato tentati o riusciti – là, 11 in 70 anni – e però anche ci distinguono differenze inesorabili – “il mare, il giorno e il dolore come sostantivi femminili, la morte come un maschile, e l’amore come l’uno o l’altro”. Abbiamo in comune Ulisse.

Dice uno di quei poeti: “E pensa a distanza di anni / che un giorno è passato nella tua vita Ulisse”. Qui abbiamo avuto una fioritura lirica preziosa, Veneri di rimmel. Ci siamo smontati la testa. Una nostra poetessa ha dichiarato: “Le mie poesie non cambieranno il mondo”. E un altro poeta ha avvertito: “Sono solo canzonette”. Tutto ragionevole, ma sentite come la mette, in questa formidabile antologia, Titos Patrikios (1988, tradotto da Nicola Crocetti): “Nessun verso può rovesciare i regimi avevo scritto anni fa e ancor oggi me lo rinfacciano. Ma i versi assolvono alla loro funzione Mostrano i regimi, dicono il loro nome Anche quando cercano di abbellirsi Di rinnovare un poco la vetrina… I versi, anzi, qualche volta sorprendono i leader in posizioni inattese sicuri che nessuno li veda con le mutande ingiallite e sbottonate prima d’indossare le brache o i pantaloni, la pancia debordante prima di tirarla in dentro per abbottonarsi la giacca militare o civile… prima di alzare il mento volitivo prima di guardare, perennemente giovani, al futuro. I versi non rovesciano i regimi Ma certamente vivono più a lungo Di tutti i manifesti dei regimi”. I ragazzi che studieranno il greco saranno fortunati, no? “Senza cultura ellenica non siamo, credo, no?” (Questo è Kavafis). Intanto gli studenti manifestano. Sono belli, come gli ombrelli quando si aprono. (Questo me lo disse Elsa). Sono pochi, assicura il Ministero. Mah. Elsa disse anche, a proposito dei Felici Pochi e degli Infelici Molti: “Qual è il segno che fa distinguere a vista / quella minoranza degenere fra questa maggioranza normale? / Si capisce che qui la risposta reale / sarebbe: la FELICITA’. Però la FELICITA’ / spesso non pare visibile per la gente comune / che ha nell’occhio la cispa dei troppi fumi / d’irrealtà, che l’infettano. E così corre il detto: / ‘La felicità non esiste’! / L’IRREALTA’ è l’oppio dei popoli…”.


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    Sarà un Paese senza poeti ma di sicuro è pieno di maestri ad honorem:a Sofri concediamo di usare la matita rosso-blu o l’evidenziatore?

    Forse “L’IRREALTA’ è l’oppio dei popoli…”. Ma se “Là ( in Grecia), più ancora che da noi, la questione della lingua, e la stessa “scelta delle parole” era ipso facto una scelta di responsabilità politica, come spiega Filippomaria Pontani in una introduzione che è in realtà una storia civile della Grecia e, in filigrana, dell’Italia”, Sofri, della “scelta delle parole” è un maestro. Un cattivo maestro. Alcuni esempi. Oggi dice, “cosiddetto assalto al Senato”. Sapendo che non è così. E Ieri diceva, insiemi ai suoi amici, “i cosiddetti terroristi”. Sapendo che così non era. Un’altra perla. “Al funerale di Pasolini, morto ammazzato dieci anni prima di lei…” Che c’entra l ‘ammazzamento di Pasolini? Ma, soprattutto, che c’entra lei, Elsa Morante, con un ammazzamento. Dato che “Ammalatasi in seguito ad una frattura al femore, tentò il suicidio nel 1983. Nel 1984 ricevette il Prix Médicis per Aracoeli. Morì nel 1985 a seguito di un infarto dopo una seconda operazione chirurgica. “ E ancora. Da Il Giornale del 12 settembre 2008. «Ieri Adriano Sofri è tornato a parlare del delitto Calabresi. Non sarebbe una notizia se i toni e gli argomenti che ha usato per giustificare – sì: per giustificare – l’omicidio del commissario non ricordassero, anzi non superassero quelli che lo stesso Sofri utilizzò il 18 maggio 1972, cioè il giorno dopo il delitto, nell’articolo che scrisse su Lotta Continua: «Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli». Allora Sofri parlava di «un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia». Un delirio, o se preferite una cialtronata propagandistica: ma non tanto differente dai deliri e le cialtronate a quei tempi cantate in coro dalla stragrande maggioranza dei giornali, compresi quelli cosiddetti borghesi, e dalla ancor più stragrande maggioranza della nostra intellighenzia. Insomma il Sofri di allora aveva quanto meno l’attenuante di vivere in un’Italia in cui spararle grosse era cosa talmente ordinaria che le parole a volte perdevano perfino il loro significato. Il Sofri di oggi parla invece in un Paese per fortuna rinsavito da tempo; eppure quel che scrive non è tanto diverso, nei contenuti, dai lugubri comunicati delle Br. Nella sua rubrica «Piccola Posta» di ieri sul Foglio, Sofri ha scritto che «l’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca». E più avanti: «Fu dunque un atto terribile: questo non significa, non certo ai miei occhi e ancora oggi, che i suoi autori fossero persone malvagie». E ancora: «I suoi autori (del delit Insomma una vendetta contro un’ingiustizia, un atto di pietà verso «le vittime», e dicendo «vittime» si dà per scontato che Calabresi fosse un carnefice. Non è nuovo, il ragionamento di Sofri: se la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli erano da attribuire al «terrorismo di Stato», come scrive nella sua «Piccola Posta», una reazione era più che comprensibile e perfino giustificabile. Non è nuova, dicevo, questa argomentazione. Mai però il Sofri di questi ultimi anni aveva così freddamente rivendicato il diritto alla vendetta e all’omicidio; e affermato il principio che, se lo Stato non fa giustizia, la giustizia bisogna farsela da sé. to, ovviamente, ndr) erano mossi dallo sdegno e dalla commozione per le vittime». “Ma io, sapete, non sono mai stato un terrorista.” Adriano Sofri chiudeva così quel suo pezzo. Ma se uno che pensa, parla e scrive come il più freddo dei terroristi, e che forse lancia messaggi ai suoi discepoli di allora e di ora, non è un terrorista, chi lo è? In quanto ai poeti, ognuno si sceglie i suoi. Niente di personale, Sofri.

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