Quel pianto nella notte la dottoressa Veronica Billeci, medico in trincea nel poliambulatorio di Lampedusa, l’ha sentito forte e chiaro, come altre volte era successo. Ma, stavolta, era uno squillo di speranza. Era il grido di qualcuno che nasceva, non di qualcuno che moriva. “Ero al molo Favaloro stanotte – racconta la dottoressa Veronica – i sanitari del Cisom (Corpo Italiano di soccorso dell’Ordine di Malta) mi hanno consegnato una bambina, affamatissima, che si dava molto da fare e che piangeva. Eravamo tutti operativi, lo siamo sempre. C’era la mamma, stanchissima e molto provata. Sono state messe in sicurezza e soccorse, prima della partenza per l’ospedale di Agrigento”.
“La felicità di momenti del genere c’è, ma non compensa la tragedie che viviamo in prima persona, pure di tanti bambini – dice la dottoressa Billeci -. Ma ci consola sapere che qualcuno che ha attraversato tanti pericoli è arrivato in un posto sicuro”. E’ il resoconto pudico, che certifica la sua genuinità, ma non ce ne sarebbe bisogno, di un’opera generosa che va oltre la tecnica di un mestiere. E’ la cronaca di uno stress che diventa immancabilmente dono, nelle notti e nei giorni degli sbarchi. Una mamma ha partorito sul barchino: questa la notizia. Lei e sua figlia sono state salvate.
“Da mezzanotte di ieri alle dieci di questa mattina – dice il dottore Francesco D’Arca (al centro della foto, con il giubbotto blu), responsabile del poliambulatorio – sono sbarcate diciannove donne in gravidanza. La quantità di bambini e vulnerabili che arrivano è altissima. La situazione mostra la solita emergenza”. L’hotspot è nuovamente affollatissimo, nonostante le parole rassicuranti del prefetto di Agrigento, Filippo Romano.
Ma quel pianto nella notte, tutte le volte in cui non annuncia una tragedia, è uno squarcio di luce nel buio più fitto che c’è. Vuol dire che qualcuno non è morto. Che una vita è nata ed è al sicuro sulla terraferma (rp).

