PALERMO- Se le cose potessero parlare, racconterebbero la vita solitaria di Giovanni Falcone. Se la sua borsa blindata potesse parlare – usata pochissimo perché assai scomoda – racconterebbe i pesi che un uomo amato da pochi e odiato da molti – scomodo, davvero, come la sua borsa – portò sulle spalle. Se le sigarette e i mozziconi potessero parlare, racconterebbero le pause, l’aspirazione rabbiosa di chi doveva assistere non solo agli attacchi dei nemici, ma pure all’ironia e alla crudeltà di certi amici che sputacchiavano sulla tunica di un condannato, fingendo solidarietà.
Se le cose – non certi professionisti della memoria – potessero parlare, racconterebbero una storia diversa da quella ufficiale, incrostata di monumenti e lacrime di coccodrillo. Direbbero che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a parte qualche fedele amico, in vita furono abbandonati e in morte sono stati consacrati al martirio dagli stessi che li chiamavano “sceriffi” o che alludevano alle “carte nei cassetti della Procura”.
Giovanni Paparcuri era un leale e strettissimo collaboratore di colui che chiama ancora “il dottore Falcone”, senza indulgere alla confidenza del nome di battesimo. E’ stato lui a raccogliere, in mesi di lavoro, un preziosissimo archivio che adesso è pronto. Nel palazzo di Giustizia di Palermo nascerà un museo dedicato a Falcone e Borsellino, per decisione della giunta distrettuale dell’Anm che ha dato il via libera alla ricostruzione dell’ufficio in cui i due magistrati operarono gomito a gomito. Paparcuri ha penato tanto per mettere insieme i pezzi di un puzzle unico al mondo.
“Ho cercato – dice – i mobili sparsi per tutto il tribunale. Alcuni oggetti li avevo conservati io. Altri li ho rintracciati a fatica, ma sono contento perché era giusto ricordare la vera esistenza blindata di due giudici che non vedevano mai la luce del sole”.
Sfogliando l’album delle foto, è come se un velo di polvere si posasse sui ricordi e sulla tenerezza che suscitano. Le borse, le sigarette, i computer, la macchina da scrivere. E poi i frammenti di corpi, sparsi tra Capaci e via D’Amelio, che quelle cose utilizzarono: le mani, le dita, la bocca, gli occhi. Questi erano ‘Giovanni e Paolo’, come ormai li chiamano: corpi, pensieri, sentimenti, figure in carne e ossa. Ma li hanno imprigionati nel marmo perché – in fondo e senza confessarlo – non li hanno mai amati.

