Continua il dibattito ospitato da LiveSicilia sul refererendum sulla giustizia. Le ragioni del No spiegate da Emiliano Abramo, presidente della Comunità di Sant’Egidio di Catania e responsabile per la Sicilia.
In Italia c’è un talento tutto nostro: trasformare problemi complessi in slogan da talk show. Il referendum sulla giustizia – che non risolve né affronta nessuno dei problemi della giustizia- nasce così, con la promessa miracolosa di “rimettere in riga i magistrati cattivi”. Peccato che, come spesso accade, i fatti dicano altro. E chi vota No non difende una corporazione, ma un principio che in Europa è considerato sacro: un giudice deve essere libero, non intimidito. Un po’ di storia, che non guasta mai.
L’Italia ha già conosciuto un’epoca in cui i magistrati erano “responsabili” davanti al potere politico. Si chiamava fascismo. Per I magistrati era obbligatoria l’iscrizione al partito fascista. Non è un caso se, usciti da quella stagione, i padri costituenti hanno scolpito nella Carta un’idea semplice: il giudice deve essere libero. Libero di indagare, libero di assolvere, libero di condannare. Libero soprattutto da chi governa.
Dopo il fascismo, i costituenti hanno mirabilmente blindato l’indipendenza della magistratura con un sistema che molti paesi ci invidiano. Non l’hanno fatto per romanticismo, ma perché avevano visto cosa succede quando il potere politico mette le mani sui giudici.
Calamandrei lo spiegò con una frase che oggi suonerebbe sovversiva: “La giustizia è la più delicata funzione dello Stato”. Ancora Calamandrei, nel suo “Discorso alla Costituzione” del 1955, diceva: “la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Ogni volta che si è tentato di “raddrizzare” i magistrati, la democrazia ha iniziato a zoppicare. Chi vuole il Sì parla di “magistrati irresponsabili”. Ma i dati dicono altro.
Responsabilità civile: dal 2015 al 2023, secondo il Ministero della Giustizia, le cause intentate contro i magistrati sono state circa 400 l’anno, e quelle concluse con condanna meno dell’1%. Non perché i giudici siano intoccabili, ma perché la responsabilità civile diretta è un’arma che in Europa nessuno usa per non trasformare il giudice in un burocrate terrorizzato.
Errori giudiziari: l’Italia ha riconosciuto circa 750 casi di ingiusta detenzione nel 2023. Un numero alto, certo, ma che riguarda soprattutto ritardi, carenze di organico, mancanza di risorse. Nulla che un referendum possa risolvere.
Durata dei processi: il vero scandalo. Un processo civile dura in media quasi 7 anni. Ma qui la riforma costituzionale non interviene: troppo complicato, troppo tecnico, troppo lontano dai riflettori.
Quindi i veri problemi dei cittadini restano lì sul tappeto senza un minimo di interferenza con la riforma. Insomma: si colpisce ciò che non è il problema e si ignora ciò che lo è.
Alcuni dei casi giudiziari che spiegano perché l’indipendenza serve e va preservata da ogni pericolo di indebolimento.
Basta ricordare quattro vicende per capire quanto sia pericoloso indebolire la magistratura.
1. Mani Pulite
Senza un pubblico ministero indipendente, l’inchiesta che ha scoperchiato la corruzione sistemica degli anni ’80 e ’90 non sarebbe mai esistita.
Con un PM meno protetto dalle ingerenze dell’esecutivo (ingerenze pubbliche ormai quotidiane….) , come si verificherebbe se vincesse il Sì, Tangentopoli sarebbe rimasta un pettegolezzo da corridoio.
2. Il caso Andreotti
Sette processi, assoluzioni, prescrizioni, condanne in primo grado. Un percorso complesso, tortuoso, che solo un sistema libero da pressioni politiche poteva garantire.
Immaginare un PM o un giudice sotto minaccia di responsabilità disciplinare in mano alla politica (questo in sostanza fa la riforma) mentre decide su un imputato così potente fa venire i brividi.
3. Il caso Cucchi
Senza un PM autonomo e senza giudici non intimiditi, la verità sulla morte di Stefano Cucchi non sarebbe mai emersa.
Ci sono voluti dieci anni, due processi, decine di testimonianze. La giurisdizione che è andata oltre ogni forma di depistaggio. Un sistema fragile non avrebbe retto.
4. La vicenda di queste settimane accaduta Rogoredo della morte di un extra comunitario all’atto di un controllo di Polizia. Se saranno confermati gli sconcertanti sviluppi investigativi sulla morte dello spacciatore di Rogoredo, spero che i cittadini riflettano sul fatto che la verità può essere garantita solo da un PM indipendente e da una polizia giudiziaria alle sue dipendenze funzionali.
Questi casi non sono eccezioni: sono la prova che la giustizia, quando funziona, dà fastidio. E proprio per questo va protetta.
L’Europa, quella vera, non quella immaginaria? I sostenitori del Sì ripetono che “in Europa fanno così”. Sinceramente è molto discutibile questa affermazione:
– In Germania, la responsabilità civile diretta dei giudici non esiste.
– In Francia, le carriere non sono separate come vorrebbero i promotori del referendum.
– In Spagna, Bruxelles ha criticato duramente ogni tentativo di politicizzare il Consejo General del Poder Judicial.
Insomma: l’Europa non chiede di indebolire i magistrati. Chiede l’esatto contrario.
Il metodo: riformare la giustizia con un referendum è come riparare un violino con un martello La giustizia è materia tecnica, complessa, piena di equilibri delicati. Ridurre tutto a un “Sì” o “No” è un modo inadeguato di trattare la materia, così come è inadeguato non aver previsto un vero dibattito parlamentare.
È una riforma voluta da una sola parte politica che stravolge uno dei nodi centrali del fondamentale equilibrio dei poteri, equilibrio su cui si fonda uno Stato costituzionale democratico. Un grande giurista disse: “La giustizia non si riforma con la scure, ma con il bisturi”.
Qui, invece, siamo al fai-da-te istituzionale. Il No è la scelta di chi non si accontenta della propaganda. Di chi non vuole una giustizia più debole, più timorosa, più controllabile. Di chi sa che la democrazia non si difende smontando i suoi contrappesi, ma rafforzandoli.
In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è già fragile, l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è una giustizia intimidita. Ecco perché il No non è un voto conservatore: è un voto di buon senso.

