Ritrova il figlio che credeva morto | Storia di S. e della sua speranza

Ritrova il figlio che credeva morto | Storia di S. e della sua speranza

Lei aveva perso ogni speranza. Lui era in ospedale. Si sono ritrovati. Ed è ricominciata la vita.

PALERMO– La foto di S. e del suo bambino non c’è. Non c’è nemmeno il nome vero, perché tutta la storia va racchiusa in una sola lettera: ci sono ragioni di privacy e di sicurezza. Ma c’è la speranza di una madre che ha riabbracciato suo figlio. E lo credeva morto.

L’ufficio stampa della Caritas racconta la vicenda con una lunga nota: “È la storia di S., giovanissima eritrea di 20 anni che, arrivata lo scorso maggio a Palermo, fortemente traumatizzata, dopo un soccorso in mare avvenuto in elicottero a Lampedusa, insieme al suo bambino di solo dieci giorni, si era chiusa in un preoccupante mutismo, rifiutando all’inizio pure il cibo e qualsiasi visita medica. Tra i traumi che ha subito la ragazza  potrebbero esserci state anche le condizioni, si presume tremende,  in cui è avvenuto il parto in Libia. Adesso S. non solo ha ripreso a parlare con tutti ma soprattutto è riuscita ad incontrare il suo bimbo che credeva morto”.

La giovane e il bambino erano stati soccorsi in elicottero. In ospedale S., non vedendo più  vicino a sé il figlio neonato si era chiusa nel mutismo, perché credeva di averlo perso in mare, mentre invece il piccolo si trovava ricoverato in un altro reparto. Dallo scorso 13 maggio, la ragazza, si trova ospitata in un centro della Caritas di Palermo. S. all’inizio non parlava con nessuno degli operatori, tranne che con la mediatrice culturale che ha cercato di capire insieme agli altri come aiutarla. Più volte gli operatori avevano tentato di spiegarle che il suo bambino era in vita ma la giovane, in uno stato di forte depressione non era in grado di avere la lucidità necessaria.

“Grazie, però, alla tenacia e all’impegno forte della mediatrice culturale Yodit Abraha, della responsabile del centri di accoglienza Nadia Sabatino e del direttore della Caritas don Sergio Mattaliano – si legge nel comunicato – S. è uscita, a fine agosto, dalla fase di depressione più critica, riuscendo ad incontrare il suo bambino di sei mesi che, per il momento,  si trova ospite in una comunità per minori.

Ringrazio tutti per l’affetto e l’aiuto che sto avendo e di questo sono grata a Dio – spiega S. con l’aiuto della mediatrice Yodit Abraha -. Mi avete aiutato a capire a poco a poco che mio figlio non era morto fino a quando, poi, siete riusciti a farmelo incontrare. Da quel momento il mio cuore si è rilassato. Ho sofferto tanto convincendomi psicologicamente che mio figlio dopo il soccorso in mare fosse morto anche se continuavate a dirmi il contrario. Quando ho rivisto il mio bambino ero molto emozionata e nervosa ma dopo mi sono sentita rinata e consapevole del mio legame con lui. Sto gradualmente prendendo consapevolezza della sua presenza e di quanto è importante per me. Spero di riuscire a riaverlo presto con me e di raggiungere il mio compagno”.

“E’ stato per noi un momento di commozione forte riuscire a farle rivedere il bambino. La ragazza, sta seguendo un percorso di cura e di accompagnamento che la sta portando  a sbloccarsi – racconta Yodit Abraha da vent’anni mediatrice culturale a Palermo -. Siamo riusciti a metterla in contatto pure con il suo compagno eritreo che è un richiedente asilo che vive in Germania. Si tratta di una persona molto affidabile che, fin da subito, si è presa le sue responsabilità e, inoltre, ha pure favorito la comunicazione con la famiglia d’origine della giovane. L’obiettivo è adesso lavorare per farli ricongiungere insieme al bambino. Non sappiamo quali saranno i tempi ma intanto S. si sente spesso al telefono con lui e anche con la sua famiglia, traendone un grande conforto”.

“Quando la giovane arrivò da noi sono stati all’inizio giorni molto difficili  – racconta padre Sergio Mattaliano – e anche di preoccupazione, a causa proprio del suo mutismo perché era sotto shock, rifiutava visite mediche e aveva reazioni brusche. Anche con alcuni parenti arrivati da fuori, rispettivamente dalla Svizzera e da Londra, S. non parlava. Alcuni pensavano che forse sarebbe stato meglio portarla in un centro di salute mentale. Noi abbiamo insistito perché questo non succedesse perché era giusto ridare dignità a questa ragazza a partire dall’affetto che potevamo trasmetterle con la giusta disponibilità. Finalmente, dopo alcuni mesi, grazie anche all’intervento dei medici adesso la ragazza segue una terapia che le sta facendo fare tanti passi avanti. S. adesso è sbocciata di nuovo, ritornando ad avere quella bellezza che aveva nel suo cuore e che c’è sempre stata ma che eventi esterni le avevano spento”.


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