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Scoprire il dolore dell’anima

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(“La Repubblica”, 12 febbraio 2007) Perché la psichiatria organicista, quella che impiega i farmaci per intenderci, utilissimi, anzi in alcuni casi indispensabili per alleviare le condizioni di chi soffre, non ascolta con una certa continuità e frequenza le parole che sgorgano dalla sofferenza e che riproducono in modo drammatico le condizioni d’esistenza di ciascuno di noi, e in modo vertiginoso alcuni abissi che solo l’arte, la poesia, la musica, la mistica fanno dischiudere, chiedendo spesso il sacrificio dell’artista, del poeta, del musicista, del mistico?

Solo la psichiatria fenomenologica, che in Italia non si insegna in nessuna scuola di specializzazione, si presta a questo ascolto, per andare incontro alla speranza di chi soffre, sciogliere i vissuti di colpa che incatenano, perforare i muri della solitudine quando nessuna parola la raggiunge, nessun gesto la incrina, fino a quel taedium vitae che tutti, per brevi attimi, avvertiamo come nausea dell’esistenza. Perché non avviene un’integrazione di questi due orientamenti psichiatrici? Perché la pratica farmacologica sopprime l’ascolto, disumanizza l’uomo, riducendolo ad un “caso” da rubricare in quei quadri nosologici, dove e’ l’efficacia del farmaco a decidere la diagnosi, mettendo a tacere tutte le parole del dolore che la follia urla e le nostre anime sussurrano. E così disimpariamo il vocabolario emozionale, anche se sappiamo che tutte le parole dimenticate diventano opachi silenzi del cuore, che aprono quei percorsi bui e insospettati di cui ci accorgiamo solo quando approdano a gesti tragici.

Perché la follia sta diventando solo una faccenda medica e non più un evento umano? Perché la categoria della “malattia” deve occupare tutto lo spazio, fino a oscurare la profonda parentela che esiste tra l’eccesso dell’anima e la sua normale condizione? Perché subito un medico o un farmaco quando la malinconia di un adolescente o la sua angoscia, almeno all’inizio, stanno implorando solo un po’ di ascolto? Davvero non abbiamo più fiducia in uno sguardo comprensivo, in una parola che sa corrispondere all’abisso della disperazione? Davvero non abbiamo più tempo in quest’epoca che ci vuole tutti insensatamente gioiosi, e se non riusciamo, almeno mascherati da quella fredda razionalità che non lascia trasparire nessun moto d’anima? E allora se proprio nessuno ci ascolta, se noi stessi, complici di questa mancata comunicazione, imbocchiamo quella strada che ci porta a tacitare l’anima, per poi offrirci, disarmati, alle sue profonde perturbazioni che neppure sappiamo più riconoscere e tantomeno nominare, se il silenzio intorno a noi e dentro di noi s’è fatto cupo e buio, apriamo un luogo di conoscenza, una terra amica, dove possiamo constatare che le “malattie dell’anima”, prima che una faccenda medica o farmacologica, sono condizioni comuni dell’esistenza umana, che i poeti, prima e meglio degli psichiatri, sanno descrivere in tutta la loro abissalità.

 Perché i poeti, come ci ricorda Heidegger, sono “i più arrischianti”, i più vicini, quando non i più inoltrati negli scenari della follia, dove la condizione umana è descritta fino a quei limiti dove può estendersi e implorare ascolto, accoglienza, ri-conoscenza.

(…) Quando la psichiatria organicista presterà ascolto alla psichiatria fenomenologica e imparerà a conoscere le diverse modalità della sofferenza esistenziale che non ha organi specifici di riferimento? E soprattutto quando noi, tutti noi, presteremo attenzione all’urlo straziante del folle o al suo muto silenzio, dal momento che non possiamo ignorare che la sua disperazione solo per intensità e frequenza differisce dalla nostra? “Noi siamo un colloquio” diceva Hoelderlin dall’abisso della sua follia, e allora incominciamo a parlare e ad ascoltare prima di tacitare o mentre attenuiamo l’urlo o il silenzio con un farmaco. Del resto già Kafka annotava che “scrivere una ricetta è facile, ma ascoltare la sofferenza è molto, molto più difficile”.


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Commenti

    Non siate dunque in ansia, dicendo: “Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?” Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il regno e la giustizia di Dio, e tutte queste cose vi saranno date in più.
    Dal Vangelo di Matteo capitolo 6 ,versetti 31,33.
    Nell’articolo si parla di comunicare,di ascoltare.
    Giusto,nei primi anni di vita lo ritengo necessario,é formativo.
    I perché ,da bambino,sono stati tantissimi e tantissime ( per mia fortuna),sono state le risposte degli adulti di allora.
    Ricordo che in seconda elementare ,ebbi a chiedere alla maestra ,a cosa servisse quello spillone che teneva nel suo cappello..ebbi la risposta.
    E se non la avesssi avuta? Cosa avrebbe comportato psicologicamente nell’adolescenza e quindi nella gioventu’.
    Ma oggi gli adulti siamo diversi,idolatri ,orgogliosi e superbi.
    Idolatri,perche’poniamo le necessita’ terrene al primo posto nei nostri pensieri.
    Orgogliosi,perchè crediamo molto in noi stessi,nelle nostre capacita’.
    Superbi,perché non ci curiamo degli altri.
    Ma se una o tutte e tre di queste “virtu'” vengono a cadere,ci accorgiamo che sono cose che non trovano fondamento.
    Nasce la depressione.
    Non sei partito per le ferie : depresso
    Non hai potuto cambiare l’auto : depresso
    Lei é andata con un altro : depresso
    Potrei continuare all’infinito.
    NIENTE di questa terra ti potra’ colmare di gioia,se non temporaneamente.
    Amici che leggete,non sono un “parrinu” ne un predicatore.
    Sono un normale padre di famiglia con tutti i problemi quotidiani da risolvere,ma vi posso assicurare che chi conosce o cerca la conoscenza di Gesu’,dei Salmi bibblici,del Vangelo,delle lettere degli apostoli,della presenza dello spirito santo…e ci crede,la depressione comincia a scomparire perchè entra l’AMORE DI DIO.
    Buona Domenica

    ” Il colloquio è fatto unicamente di parole, ma le parole non si dicono solo , si ascoltano anche. Ascoltare è farsi condurre dalla parola dell’altro là dove la parola conduce. Se c’è il silenzio…ci si fa guidare da quel silenzio. Nel luogo indicato da quel silenzio è dato reperire , per chi ha uno sguardo forte e osa guardare in faccia il dolore, la verità …”. ( Galimberti )
    “Puoi tenerti lontano dai dolori del mondo, sei libero di farlo e risponde alla tua natura, ma forse questa tua astensione è l’unico dolore che potresti evitare ” ( Kafka )

    Grazie Livesicilia .

    Mi pare che ciascuno psichiatra colga il meglio da ciascuno dei due filoni e l’utilizzi nel bene del paziente secondo l’esigenza.

    Condivido l’articolo, la psichiatria farmacologica se non è supportata dalla psicoterapia dell’ascolto ha l’effetto di anestetico, quando finisce l’effetto si ripiomba nell’abisso. Oggi siamo inondati di parole. Valanghe di parole ci sommergono dalla tv, dalla radio, dai cartelloni pubblicitari, dai giornali, e allora anche tra noi: parenti, amici, conoscenti parliamo senza ascoltarci. Prendere la parola diventa un segno distintivo di potere e sopraffazione, l’ascolto invece un segno di sottomissione e di inferiorità. Vincere è importante e allora parliamo, parliamo senza ascoltarci, e cosi stupidamente perdiamo tutti.

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