Scotti e i motivi dell'avvicendamento: | "Che messaggio si dava alla mafia?" - Live Sicilia

Scotti e i motivi dell’avvicendamento: | “Che messaggio si dava alla mafia?”

Processo Mori, parla l'ex ministro
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“Il punto non è come si sceglie un ministro, ma il messaggio che si dà alla mafia. Eravamo di fronte a una guerra, il ragionamento politico prescinde da tutto questo”. Attorno a questa risposta di Vincenzo Scotti, ministro dell’Interno fino al 1 luglio 1992, si può riassumere il senso della sua testimonianza. Il presidente della quarta sezione del tribunale di Palermo, di fronte al quale si svolge il processo contro il generale Mario Mori, ha cercato di ricostruire il contesto politico in cui è avvenuto l’avvicendamento fra Scotti e Nicola Mancino al Viminale dopo la strage di Capaci e la caduta dell’ultimo governo Andreotti. Scotti aveva lavorato in tandem con il guardasigilli Claudio Martelli, coadiuvato da Giovanni Falcone, direttore degli Affari penali, riuscendo a elaborare i più ficcanti provvedimenti antimafia della storia della Repubblica Italiana. Che senso aveva sostituirlo in un momento in cui Cosa nostra aveva dichiarato guerra allo Stato? Che messaggio si dava alla mafia?

Uno di questi provvedimenti era quello che istituiva il 41 bis, il carcere duro per i boss mafiosi. Dopo la morte di Falcone, racconta Scotti, ” ci lavorammo in sinergia col ministero della Giustizia Claudio Martelli e l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. Con Martelli sapevamo che avremmo avuto difficoltà a convertirlo, ma nessuno pubblicamente si oppose all’introduzione del 41 bis”.

Scotti parla anche del suo isolamento dopo che aveva lanciato l’allarme a proposito dell’escalation di violenza da parte di Cosa nostra dopo l’omicidio di Salvo Lima. “Quando a marzo del 1992 denunciai il rischio di un piano di destabilizzazione ordito dalla mafia – dice Scotti – fui considerato avventato, insomma, mi presero per un venditore di patacche”. Le relazioni di Scotti si fondavano sui rapporti dei servizi segreti e della polizia, sostenuti anche dall’allora capo della polizia, Vincenzo Parisi. “Il dibattito parlamentare avviato dopo il mio allarme – ha aggiunto Scotti – è stato giudicato come mio eccessivo allarmismo, non si è compresa la gravità”. Lo stesso isolamento avvertito “quando, dopo la strage di Capaci, cercai di accelerare sulla conversione del decreto sul carcere duro ai mafiosi”. Le velleità poi caddero dopo la strage di via D’Amelio.

I pm mostrano un articolo di Repubblica del 21 giugno 1992 in cui Scotti sosteneva la sua convinzione che “il calvario non è finito, che la mafia colpirà ancora e colpirà ancora più in alto, tanto più in alto quanto più efficace diventerà l’ azione dello Stato. Non tutti vogliono capirlo. C’ è chi fa orecchie da mercante, chi ha la tentazione di sottovalutare il mio allarme, chi colpevolmente sussurra che la mia apprensione è soltanto allarmismo che nasconde voglia di potere. Bene, a questi signori ho già detto che io non andrò più a Palermo a raccogliere insulti e monetine per loro e al loro posto. Nessuno può pensare, dinanzi alla guerra che bisogna scatenare contro la mafia, di lavarsi pilatescamente le mani. Sia ben chiaro, soltanto con un esecutivo forte, legittimato nel tempo e nei consensi può proseguire il lavoro già iniziato da me e da Martelli. E’ una politica che va confermata e una legittimazione di quella politica passa attraverso la riconferma di entrambi”.

Ma il ministro spiega come, in realtà, il riferimento fosse generale, “rivolto a tutti, anche ai vertici istituzionali del nostro paese. Sono andato da tutti i capi partito, era un’accusa complessiva, non individuale”. Poi, però, il cambio ci fu. Scotti, a cui era stata rassicurata la conferma al Viminale, la notte prima della nomina del nuovo esecutivo, ha ricevuto una chiamata in cui gli si proponeva il ministero degli Esteri, dicastero ritenuto ancora più importante. E sul suo successore al Viminale, Nicola Mancino, Scotti mostra molto rispetto, ribadendo come avesse assicurato il suo appoggio in tutti i provvedimenti antimafia adottati”. Il processo è stato rinviato al prossimo 3 febbraio in cui saranno sentiti i testi della difesa.


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Commenti

    mi pare una puntata senza infamia e senza lode della “telenovela”…

    E’ un vero peccato che nel corso di questa audizione i PM non abbiano chiesto a Scotti di commentare oltre all’articolo di Repubblica del 21 giugno, anchè un’altro articolo dello stesso giornale di 2 giorni prima, 19 giugno 1992.

    In quell’articolo erano riportate in virgolettato queste affermazioni del ministro:

    “L’ ASSASSINIO DI FALCONE è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che VA MOLTO AL DI LÀ DEI CONFINI NAZIONALI. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E’ INVECE UN PROBLEMA INTERNAZIONALE perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, SU SCALA INTERNAZIONALE LE SUE OPERAZIONI DI RICICLAGGIO. E’ questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. ABBIAMO IL DOVERE DI PRENDERE IN CONSIDERAZIONE QUALSIASI PISTA E ORIZZONTE INVESTIGATIVO”… “LA DECISIONE E L’ ORGANIZZAZIONE DELL’ ATTENTATO … NON FURONO EFFETTUATE UNICAMENTE A PALERMO, MA È STATA UNA OPERAZIONE MESSA IN ATTO DALLA MAFIA SICILIANA E DALLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI DI ALTRI PAESI: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi … non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi”.

    Per avere un quadro completo delle attività e delle opinioni del ministro, bisognava soprattutto interrogarlo su questo passaggio. Infatti qui egli manifesta la volontà di sollecitare le indagini in una certa direzione, e quello di ostacolare un’indagine se rischia di andare nella giusta direzione, tradizionalmente e giustappunto, è uno dei moventi classici per cui un funzionario viene esautorato dai suoi poteri. Se si vuole capire la verità su quelle stragi e sull’avvicendamento dei funzionari, i chiarimenti coi protagonisti andrebbero perfezionati in ogni direzione e sfaccettatura, e senza lacune.

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