Quel barbone noto a tutti che ha eletto i portici del centro a sua dimora – accampato laggiù con le sue coperte e con i suoi sacchetti – è sangue rappreso intorno a una vecchia ferita. Profondo appare il taglio, nello sfregio alla dignità di una persona, nella noncuranza di chi lo osserva e passa avanti, nell’offesa al decoro dei luoghi. Il problema non è la presenza del clochard, in sé, neppure, ovviamente, il suo diritto all’esistenza.
Il fatto doloroso sta nell’assenza di coloro che dovrebbero provvedere, trovandogli un alloggio, garantendo un livello minimo di decenza, eppure non provvedono affatto.
C’è l’inganno della solidarietà. I vigili, assiduamente, trafficano con multe e macchine, perduti anche loro nella follia di una viabilità assediata dall’inciviltà e da decisioni cervellotiche. Non ce n’è uno che spenda un secondo per chinarsi su quel corpo sopra il marciapiede. Nessuno può fermarsi. Nessuno si ferma, mai.
C’è l’inganno della bellezza. Colui che il sindaco lo sa fare e la sua squadra di assessori-cantastorie ripetono fin dall’inizio la salvifica narrazione della capitale serena, depredata da Diego; ma poi, fortunatamente, tornò Luca, per avviarla alla redenzione. Palermo adesso è una meraviglia in divenire: e chi non si allinea all’ottimismo obbligatorio farebbe meglio ad indossare il saio del penitente, per esiliarsi fuori le mura.
Proprio in quel paesaggio di stracci e di umanità bisognosa che è diventato il centro storico, nella ferita aperta dal Politeama fino al Massimo e oltre, si dissipa la suggestione degli inganni. Sotto gli stessi portici, ci sono amici dei cani randagi, suonatori di fortuna, punkabbestia, bancarellari, giocolieri che elemosinano. Un esercito che ha sommerso le strade di caos. E di bruttezza, perché brutta è questa confusione che certifica la morte di solidarietà e bellezza, insieme.
Palermo – nella sua residenza nobile, ormai spogliata di ogni ornamento – non appartiene più ai palermitani; basta una semplice passeggiata per rendersene conto. E’ come era nei giorni di Diego, nonostante Luca, in un gioco di specchi che ingigantisce e diffonde un’immagine di desolazione.
Negli occhi che la guardano senza accontentarsi della menzogna, la città che si vorrebbe rinata somiglia al manifesto compiuto di un abbandono.

